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	<title>Koinè - Centro Psicologi Palermo</title>
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		<title>La violenza psicologica: aspetti psicologici e clinici nelle relazioni affettive patologiche</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Feb 2017 14:39:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Roberta Randisi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[difficoltà di coppia]]></category>
		<category><![CDATA[dipendenza]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Nel complesso fenomeno della violenza alle donne, di cui tentiamo di dare una lettura non solo culturale, ma anche relazionale, emergono diversi quadri patologici. Quello che segue è una delle combinazioni possibili che vedono l&#8217;incontro tra una dimensione fortemente narcisistica da un lato e una incentrata sulla dipendenza dall&#8217;altro. L&#8217;illustrazione data non esaurisce l&#8217;esplorazione di [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Nel complesso fenomeno della violenza alle donne, di cui tentiamo di dare una lettura non solo culturale, ma anche relazionale, emergono diversi quadri patologici.</p>
<p>Quello che segue è una delle combinazioni possibili che vedono l&#8217;incontro tra una dimensione fortemente narcisistica da un lato e una incentrata sulla dipendenza dall&#8217;altro. L&#8217;illustrazione data non esaurisce l&#8217;esplorazione di tale fenomeno, ma permette l&#8217;analisi di una dinamica frequente, in cui il femminile diventa ricettacolo di aggressività e, nei casi peggiori, di violenza esplicita.</p>
<h3><em>Cosa permette di riconoscere una relazione di coppia disfunzionale? Quale è la dinamica di una coppia in cui uno dei partner tende ad annullare, distruggere, uccidere psichicamente l&#8217;altro?</em></h3>
<p>Nella maggior parte dei casi la vittima è una donna, anche se è possibile che si verifichi il contrario, in quanto culturalmente la donna ha avuto da sempre all&#8217;interno della coppia il ruolo più sacrificale, colei che deve “sopportare”, deve essere accogliente, compiacente, paziente. Lentamente questo modello culturale si sta modificando ma c’è ancora molto da fare anche a livello sociale per cambiare quanto è radicato dentro, che ci appartiene.</p>
<p>In un periodo storico in cui la famiglia non è più un&#8217; istituzione con legami forti così come in passato, quando funzionava come contenitore emotivo, è importante che altre istituzioni, come quella scolastica, si impegnino in un’ottica di prevenzione per <b>educare all’affettività,</b> per imparare a riconoscere all’interno di un rapporto affettivo, di un rapporto di coppia, quello che è sano da quello che non lo è, quello che viene spacciato per amore ma che invece di amore non ha proprio niente. Il <b>riconoscimento </b>è il primo passo, che sembra scontato ma non lo è. In questo senso la violenza fisica, di cui rimangono i segni sul corpo, non lascia alcun dubbio sulla violenza subita, ma se il partner mette in atto tutta una serie di manipolazioni, insinuazioni, denigrazioni sottili, tutto questo assume una veste di ambiguità che è anche difficile da capire, interpretare. E spesso le donne interpretano, decodificano in modo erroneo alcuni segnali.</p>
<p>“ <i>Mi chiama in tutti i momenti della giornata, vuole sapere con chi sono, cosa sto facendo … quanto ci tiene a me!”</i> Arrivare a capire che più che attenzione verso l&#8217;altro è un bisogno di controllo non è proprio immediato. <i>“Non vuole che esco con la mia amica, che vado in palestra, è molto geloso … quanto mi vuole bene!”</i> Questo non è proprio amore, ma piuttosto possesso dell’altro.</p>
<h3><strong>E&#8217; possibile rintracciare dei tratti comuni, delle caratteristiche che è possibile identificare negli uomini che utilizzano nella coppia modalità di prevaricazione, potere, violenza?</strong></h3>
<p>Sono degli individui che hanno dei problemi nell’area delle relazioni, cioè persone che funzionano normalmente da un punto di vista cognitivo, lavorativo, ma hanno delle grandi problematiche nelle relazioni e nell’affettività e che in termini tecnici rientrano nei Disturbi di personalità, soprattutto nell’area del Narcisismo.</p>
<h3><strong>Come si comporta il Narcisista quando conosce una donna che diventerà una sua “preda”, quali sono i possibili passaggi relazionali di questa coppia?</strong></h3>
<p>Nella fase iniziale solitamente il Narcisista è un grande seduttore; queste storie spesso nascono all’insegna dei grandi corteggiamenti, grandi adulazioni, attivando un grande coinvolgimento del partner che si sente da subito molto coinvolto e ha la sensazione di vivere il rapporto più importante della vita. Il narcisista riesce così a instillare l’idea che lui solo sa che cosa l’altro veramente vuole, di che cosa ha veramente bisogno. Lei lo lascia fare, magari si sente lusingata: nessuno l’ha mai capita così. Il narcisista costruisce la sua tela, lentamente, non svelandosi immediatamente per quello che è, ma cercando di portare la sua preda ad uno stato totale di sudditanza psicologica. E’ ben accorto dallo svelarsi immediatamente, lo fa quando si rende conto che l’altro ormai è totalmente dentro la relazione.</p>
<p>La dinamica perversa ha lentamente e impercettibilmente eroso e disorientato il senso critico della «vittima»e il vero e proprio maltrattamento comincia a manifestarsi proprio quando la «vittima» non è in grado di riconoscerlo. <b>La perdita della capacità di fare un sicuro esame della realtà è, infatti, una delle conseguenze della relazione con un narcisista perverso: una delle più dolorose.</b></p>
<p>Narciso è un uomo che vuole specchiarsi nello stagno e guardare la propria immagine riflessa, cioè l’altro deve rimandare la sua immagine. L’altro non esiste come entità a sé stante, ma serve soltanto a rimandare la sua immagine. Per il narcisista gli altri sono vissuti come persone che non hanno un’esistenza o dei bisogni propri e la difficoltà a stare in relazione si manifesta nell’incapacità di provare sia gratitudine che rimorso o senso di colpa, che è sempre dell’altro, nell’incapacità di ringraziare e di chiedere scusa.</p>
<p>E&#8217; importante chiarire che non tutti i narcisisti agiscono la violenza psicologica. L’elemento che determina la violenza oltre al narcisismo è l’aspetto della <b>perversione</b>. <b>Il perverso, nell’usare l’altro, implicitamente lo disprezza, lo sminuisce in quanto ha bisogno di trasformare la relazione in rapporto di forza e di potere.</b></p>
<p>Lo scopo del narcisista perverso è quello di controllare l’altro, ma non soltanto di fargli mettere in atto un certo tipo di comportamenti, ma ancor più di controllarlo dall’interno, di cambiare il suo pensiero, il suo modo di essere. La relazione con un partner narciso è una relazione di potere, dove non c’è reciprocità, perché l’altro non è visto nella sua identità, riconosciuto per quello che è, ma soltanto per quello che gli serve cioè dare conferma della sua identità. Quello che accomuna tutti i narcisi descritti è la totale <b>mancanza di empatia,</b> di sentire le emozioni che l’altro prova, di sentire e riconoscere i suoi bisogni più profondi. Il narcisista tratta l’altro come un oggetto, come una cosa da possedere. Può mettere in atto meccanismi di controllo, cercherà di limitare il tempo che la partner trascorre in modo autonomo<b>, l’altro alla fine deve fare e essere come lui vuole.</b></p>
<h3><strong>Quali sono i passaggi successivi all&#8217;interno di questo</strong> tipo<strong> di relazione? In che cosa consiste la Violenza Psicologica?</strong></h3>
<p>Le denigrazioni, le critiche sono spesso dirette alle idee del partner, alle sue scelte, al suo pensiero, e mettono in dubbio le sue capacità critiche. Tutto questo avviene talvolta in modo ambiguo, dicendo una cosa e poi negando di averla detta, alludendo ma non dicendo chiaramente, per cui per il partner è più difficile difendersi da qualcosa che non risulta esplicito, diretto. E quando la donna cerca di reagire, si sente accusare di essere troppo sensibile, di non essere sicura di sè. Non può parlarne, non sa come affrontare il problema: lui banalizza, infatti, ogni tentativo che lei fa di parlare di ciò che avviene nella relazione, squalificandola. Così lei tace, e in questo modo finisce per isolare sé stessa e proteggere lui. Poi gli attacchi si moltiplicano, si passa alla derisione, agli insulti, alle minacce. La donna comincia a pensare, anche perché è questo che lui le suggerisce, di essere lei quella sbagliata, quella che non capisce, e cerca di adeguarsi alla situazione, di farvi fronte in qualche modo. E siccome alla base c’è un sentimento di poco valore, nel momento in cui l’altro va a confermare questo sentimento interno di non valore, la donna se lo prende e si colpevolizza, si attribuisce la responsabilità di ciò che non va all’interno della relazione. Come dire, <i><b>se il mio partner è così aggressivo nei miei confronti è perché io ho fatto qualcosa di sbagliato</b></i><i>.</i></p>
<p><em>Entrambi i partner hanno lo stesso problema alla base, sentire di valere poco, ma il Narcisista lo nega, non lo riconosce, ha però bisogno dell’altro per mantenere alto il senso di sé, per non sentire il suo vuoto interiore. </em><em>La dinamica allora si incastra perfettamente, perché se da un lato c’è qualcuno che si colpevolizza, dall’altro invece c’è un altro che non si attribuisce mai la colpa ma che al contrario la riversa all’esterno da sé, sul partner, sui familiari, sul mondo intero.</em></p>
<p>A un certo punto accade qualcosa che lei non avrebbe mai pensato di poter sopportare: lui, ad esempio, la offende davanti agli altri, oppure la minaccia, oppure spacca davanti a lei oggetti a cui lei tiene… e lei si rende conto, diversamente da come aveva pensato prima, di potere sopportare. Il limite è ormai spostato, e lei potrà sopportare ancora e ancora… Gli uomini provano, dopo questi episodi, calma, calo di tensione, come il «ripristino di una Gestalt interiore», uno strano stato di tranquillità.</p>
<p>Il passo successivo è l’<b>isolamento</b>: la donna nasconde all&#8217;esterno ciò che realmente accade fra loro, fino ad un certo punto anche a se stessa, finendo con il proteggere il partner che la maltratta. L’isolamento, per il maltrattante, è fondamentale perché lo scopo è quello di far si che la donna perda tutta la rete di relazioni affettive (familiari, amicali, terapeutiche) con l’obiettivo di poter continuare a perpetuare la sua azione di distruzione e di esercizio del potere in modo indisturbato. Come fa? Insinuando e mettendo zizzanie, alimentando i conflitti, screditando la partner o gli altri, a seconda di ciò che è più facile.</p>
<p>Il rendersi conto del maltrattamento, oltre che molto difficile sul piano cognitivo, è altrettanto difficile e doloroso su quello emotivo perchè significherebbe ammettere che il rapporto di coppia, quel rapporto che sembrava così importante, è fallito, che lui non è quello che lei aveva pensato che fosse. Anche perché il perverso relazionale non manca completamente di empatia, ma l’empatia, quando è presente, è totalmente asservita alla strategia controllante-premurosa/punitiva.</p>
<p>La donna adesso ha paura. Teme il rimprovero, la battuta sarcastica, la minaccia espressa a bassa voce e in tono cupo, oppure gridata durante un’esplosione di collera. Fa di tutto per rabbonire il compagno, ogni suo sforzo va in questa direzione. Farebbe qualunque cosa pur di strappargli un sorriso, un cenno di assenso, un’approvazione. Mette in atto delle strategie “preventive” per evitare le sue reazioni.</p>
<p>Tutti questi comportamenti, ripetuti quotidianamente nel tempo, producono nel partner una vera e propria <b>sindrome,</b> con disturbi psicosomatici, ansia,attacchi di panico, stati depressivi, perdita dell’autostima, che quindi vanno chiaramente ad incidere anche nelle attività lavorative e possono portare in casi estremi anche al suicidio. Queste modalità di violenza psicologica uccidono la psiche anche per la loro azione ripetuta nel tempo perché quello che poi spesso caratterizza queste relazioni è anche la difficoltà ad uscirne, con ripetuti tentativi di chiudere il rapporto, e in cui subentra un aspetto fondamentale che è quello della <b>dipendenza</b> che poi è una dipendenza reciproca, agita in modo diverso dai due partner nella dinamica relazionale. In tutti i rapporti affettivi c’è una quota di dipendenza che a che fare con il legame, con l’importanza che l’altro riveste nella propria vita. In questi casi però la relazione porta all’annullamento di sé e al vivere in funzione dell’altro. Si parla oggi di <b>nuove dipendenze, </b>cioè di dipendenze in cui si ha un rapporto con l’altro come il tossicodipendente ha un rapporto con la sostanza. E questi sono dei rapporti in cui ognuno dei due è funzionale all’altro, cioè la dipendenza è reciproca.</p>
<h3><strong>E’ possibile tracciare un profilo delle donne che creano questo tipo di rapporti? E&#8217; possibile rintracciare dei tratti e dei meccanismi generali e più frequenti, non è detto che tutte le donne rientrino necessariamente in queste tipologie.</strong></h3>
<p>1 La salvatrice. L’illusione dell’ <i>Io ti cambierò </i></p>
<p>2 La donna in grado di sopportare tutto</p>
<p>3 La donna che cerca di esistere attraverso l’altro</p>
<p>Sono rapporti in cui si vive <b>l’illusione di </b>un rapporto che adesso non è come lo si vorrebbe ma si aspetta, si attende che succeda qualcosa nel futuro <i>“Oggi non l’ha capito ma domani cambierà”</i> “<i>Oggi non ha lasciato sua moglie ma domani lo farà”</i> <i>“Io riuscirò a farlo cambiare”</i>. Perché la questione alla fine è anche quella. Alla base c’è un problema di bassa autostima, cioè di una falla nel senso di sè, nella propria sicurezza, e quindi il tentativo è quello di provare a dimostrare di valere, di essere scelte o di riuscire a modificare un’altra persona. In una partita che però è persa in partenza<b>. </b>E tutto questo ad un livello di profondo serve a riprodurre nella relazione attuale una dinamica che ha a che fare con un’altra relazione, ovvero quella più antica quella con uno dei genitori. E’ fondamentale infatti per la donna guardare a quegli aspetti di fragilità che hanno portato a vivere queste storie perché altrimenti il rischio è di passare da un partner abusante all’altro, perché bisogna fare i conti anche con il vuoto che queste storie per quanto distruttive riempiono perché a monte c’è un buco individuale profondo che si ripropone quando il rapporto si interrompe. Sganciarsi da queste dinamiche, vuol dire da un punto di vista psichico morire due volte, la prima all’interno della relazione, la seconda uccidendo quella parte di sé fragile, immatura, bambina, dipendente, che ha avuto bisogno di quel rapporto per trovare un riconoscimento di sé, ovviamente in modo patologico.</p>
<h5>Filippini S.: Relazioni perverse. La violenza psicologica nella coppia. Franco Angeli, 2005</h5>
<h5>Hirigoyen M.F. : Molestie Morali, Einaudi, 1998</h5>
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		<title>Psicoterapia domiciliare con adolescenti in ritiro sociale</title>
		<link>https://www.centropsicologipalermo.it/psicoterapia-domiciliare-con-adolescenti-in-ritiro-sociale/</link>
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		<pubDate>Thu, 20 Oct 2016 07:58:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Centro Clinico]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Tra i servizi elaborati all&#8217;interno del centro clinico koinè si annovera quello della psicoterapia domiciliare con adolescenti in ritiro sociale. Nel trattamento di adolescenti in ritiro sociale uno strumento elettivo, a completamento di un intervento più complesso, è caratterizzato dall&#8217;intervento domiciliare. Il quadro in cui si inserisce è riferito ad una presa in carico complessa [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Tra i servizi elaborati all&#8217;interno del centro clinico koinè si annovera quello della psicoterapia domiciliare con<a href="http://www.centropsicologipalermo.it/corpo-celato-riflessioni-cliniche-sui-ragazzi-ritirati/"> adolescenti in ritiro sociale.</a></p>
<p>Nel trattamento di adolescenti in ritiro sociale uno strumento elettivo, a completamento di un intervento più complesso, è caratterizzato dall&#8217;intervento domiciliare.<br />
Il quadro in cui si inserisce è riferito ad una presa in carico complessa dove parte del lavoro viene sviluppato con i genitori in studio e parte con l&#8217;adolescente in domiciliare.<br />
Tale organizzazione del lavoro è pianificata nel momento in cui lo stato di chiusura del ritirato è tale da non permettere un intervento diretto con l&#8217;adolescente all&#8217;interno dello studio.</p>
<p>Da un lato il lavoro con i genitori è finalizzato ad accogliere la prima richiesta d&#8217;aiuto, dei quali loro sono i portavoce, ad aiutarli a fronteggiare la difficoltà ad avere a che fare con la sofferenza e la chiusura del figlio, a riformulare il loro ruolo e a trovare nuovi canali di comunicazione col proprio figlio. Tutto ciò passa attraverso la possibilità di generare una<a href="http://www.centropsicologipalermo.it/il-corpo-della-vergogna-adolescenza-e-nuove-forme-di-malessere/"> comprensione profonda delle problematiche</a> che hanno portato al blocco evolutivo.</p>
<p>La famiglia, laddove è possibile ed è funzionale al lavoro, viene coinvolta e ascoltata nella sua interezza, genitori, fratelli, nonni. I nonni, quando ci sono e offrono la loro disponibilità, rapresentano una buona risorsa sia perché depositari di storie generazionali più antiche, spesso pregne di miti familiari, sia perché, talvolta, a cospetto del giovane paziente forniscono una presenza meno satura da livelli conflittuali che solitamente attraversano il rapporto genitori figli.</p>
<p><a href="http://www.centropsicologipalermo.it/service/la-psicoterapia-familiare/">L&#8217;intervento familiare </a>viene modulato di volta in volta, dopo aver valutato risorse e difficoltà, e pur coinvolgendo inizialmente la famiglia allargata mantiene come interlocutori privilegiati i genitori e il figlio che esprime il malessere.<br />
L&#8217;obiettivo è quello di agire sul clima familiare, allentare la tensione, creare nuovi canali di comunicazione e aiutare il ragazzo, portatore del malessere, a uscire lentamente dall&#8217;isolamento in cui sembra recluso.</p>
<p><a href="http://www.centropsicologipalermo.it/service/la-psicoterapia-domiciliare/">Psicoterapia domiciliare</a><br />
Il terapeuta si muove verso il paziente, nel significato letterale del termine, andando verso i suoi luoghi che, al momento del ritiro, sono inizialmente rappresentati dallo spazio ristretto della propria stanza e da quello virtuale a cui ci si affaccia attraverso il monitor. In prospettiva il terapeuta domiciliare prova ad entrare nei luoghi fisici e virtuali del ragazzo in modo discreto e modulato rispetto al bisogno del soggetto di avere delle presenze esterne e rispettandone al contempo il timore di essere invaso.<br />
Lo spazio terapeutico si muove flessibilmente sul filo che separa desiderio e timore, prova a diventare timoniere di nuove rotte verso l&#8217;esterno in una gradualità che tenga conto della fragilità dell&#8217;utente e del suo bisogno di rassicurazione, di punti di appiglio, di lentezza.</p>
<p>Il terapeuta prova a diventare gradulamente connettore di nuove possibilità di inserimento, facilitatore di nuove capacità e abilità sociali.<br />
Il riattraversamento insieme, terapeuta-paziente, funge da elemento rassicurante che, ripetuto all&#8217;interno di un circolo virtuoso, permette gradualmente al paziente di riconquistare spazi di autonomia.<br />
In questi casi la terapia diventa uno spazio di riparativo e, al tempo stesso, di co-costruzione.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il seminario &#8220;la Maladolescenza, nuove forme di malessere in adolescenza&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Oct 2016 21:44:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Centro Clinico]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Georgia, 'Times New Roman', 'Bitstream Charter', Times, serif;"><span style="font-size: medium;">Il seminario &#8220;La maladolescenza. Nuove forme di malessere in adolescenza&#8221;, nasce dall&#8217;esigenza di confrontarsi sulle nuove evenienze patologiche in adolescenza e le nuove frontiere della cura. </span></span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Georgia, 'Times New Roman', 'Bitstream Charter', Times, serif;"><span style="font-size: medium;">Parliamo di nuove frontiere della cura in relazione alla inadeguatezza della categorie psicopatologiche classiche e al bisogno di approcciare nuovi linguaggi e nuovi strumenti terapici. Il rischio è quello dello spaesamento, oppure, di fornire una risposta di cura sorda ai nuovi bisogni e rispondente ad un mondo che non esiste più.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Georgia, 'Times New Roman', 'Bitstream Charter', Times, serif;"><span style="font-size: medium;">I temi trattati spazieranno dal <a href="http://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_libro.aspx?CodiceLibro=8.25"><strong>cambiamento della  funzione paterna e materna</strong>.</a> A tale proposito si pensi a come la funzione paterna classicamente intesa nel suo valore normante è oggi fortemente messa in crisi. Allo stesso tempo la funzione materna fa i conti con l&#8217;emancipazione del ruolo della donna avvenuta negli ultimi secoli, per cui è da ritenersi superata la fase in cui semplicemente si rincorrevano ideali prettamente maschili in vista del riconoscimento di uguaglianza e parità, verso una realtà che ha a che fare con modelli di vita complessi fondati sul riconoscimento della differenza tra maschile e femminile.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Georgia, 'Times New Roman', 'Bitstream Charter', Times, serif;"><span style="font-size: medium;">Si parlerà di <strong><a href="http://www.minotauro.it/che-cosa-facciamo/consultazione-e-psicoterapia/aree-di-intervento-clinico/ritiro-sociale/">ritiro sociale</a></strong> come nuova forma del malessere. Il ritiro che di solito si manifesta con un primo sintomo di fobia scolare e mano mano si caratterizza per una chiusura sempre totalizzante.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Georgia, 'Times New Roman', 'Bitstream Charter', Times, serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Dipendenza da internet</strong>. L&#8217;approfondimento di questo tema permette di guardare all&#8217;uso massivo di internet in corrispondenza al ritiro sociale, e quindi alla dipendenza da internet come un sintomo di compromesso, laddove la realtà virtuale diventa una via alternativa attraverso la quale il soggetto si permette di mantenere un vissuto relazionale o di fare esperienze più o meno intense in una forma per lui meno terrifica. A proposito di tale prospettiva si ribalta l&#8217;idea di contrastare la dipendenza da internet normando l&#8217;uso del computer o creando divieti ma, si utilizza il mondo virtuale come un primo canale di comunicazione con la persona in ritiro.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Georgia, 'Times New Roman', 'Bitstream Charter', Times, serif;"><span style="font-size: medium;">Il seminario permetterà di entrare nel vivo dell&#8217;intervento clinico attraverso il confronto su casi clinici e attraverso una seconda fase in piccolo gruppo.</span></span></span></p>
<div style="text-align: center;"><strong>Il seminario riguarderà la giornata 5 novembre dalle ore 9,00 alle ore 18,00</strong></div>
<div style="text-align: center;"></div>
<div style="text-align: center;"><strong>9,00-11,00</strong></div>
<div style="text-align: center;"><strong>Prima fase di presentazione ospiti e intervento  di Miscioscia.</strong></div>
<div style="text-align: center;"><strong><i>&#8220;Inquadramento teorico su adolescenza, ritiro sociale e intervento con i genitori&#8221;</i></strong></p>
<div style="text-align: center;"></div>
<div style="text-align: center;"><strong>11,00- 11,30 coffe break</strong></div>
<div style="text-align: center;"></div>
<div style="text-align: center;"><strong>11,30 13,00</strong></div>
<div style="text-align: center;"><strong>Confronto su casi clinici</strong></div>
<div style="text-align: center;"></div>
<div style="text-align: center;"><strong>Diego Miscioscia &#8211; l&#8217;intervento clinico con i ragazzi ritirati</strong></div>
<div style="text-align: center;"></div>
<div style="text-align: center;"><strong>Marie Di blasi- ritiro sociale e dipendenze da internet </strong></div>
<div style="text-align: center;"></div>
<div style="text-align: center;"><strong>Graziella Zizzo- il lavoro con i genitori e le famiglie all&#8217;interno di un ambulatorio pubblico</strong></div>
<div style="text-align: center;"></div>
<div style="text-align: center;"><strong>13,30 pausa pranzo</strong></div>
<div style="text-align: center;"></div>
<div style="text-align: center;"><strong>14,30- 16,30</strong></div>
<div style="text-align: center;"><strong>lavoro in piccolo gruppo</strong></div>
<div style="text-align: center;"></div>
<div style="text-align: center;"><strong>16,30 pausa</strong></div>
<div style="text-align: center;"></div>
<div style="text-align: center;"><strong>17,00 &#8211; 18,00</strong></div>
<div style="text-align: center;"><strong>plenaria- restituzione dei lavori in piccoli gruppi</strong></div>
</div>
<div style="text-align: center;"></div>
<div style="text-align: center;"></div>
<div style="text-align: center;"></div>
<div style="text-align: left;"> <a href="http://www.minotauro.it/chi-siamo/miscioscia-diego/">Diego Miscioscia</a> &#8211; psicologo, psicoterapeuta, formatore e socio fondatore della cooperativa il <a href="http://www.minotauro.it/">Minotauro</a></div>
<div style="text-align: left;"><a href="https://scholar.google.it/citations?user=qH5YLHUAAAAJ&amp;hl=it">Marie Di Blasi</a> &#8211; psicologa, psicoterapeuta, professore associato presso l&#8217;Università degli Studi di Palermo</div>
<div style="text-align: left;">Graziella Zizzo &#8211; psicologa, gruppoanalista, psicodrammatista, dirigente psicologo presso N.P.I. ASP di Trapani. Docente presso la scuola di specializzazione Coirag</div>
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		<title>Il corpo celato. Riflessioni cliniche sui ragazzi ritirati</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Sep 2016 07:39:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Roberta Campo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[adolescenza]]></category>
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		<category><![CDATA[vergogna]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Scritto da Roberta Campo Era il 2000 quando uscì “Thomas in Love”, un film che affronta la storia di un ragazzo di 32 anni terrorizzato dal mondo e dalla possibilità di entrare in contatto con le persone che vi abitano. Thomas, quindi, sceglie di ripiegare nel mondo protetto della sua casa, intrattenendo relazioni esclusivamente di [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_761" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.centropsicologipalermo.it/wp-content/uploads/2016/09/1Erika-Hopper.jpg"><img class="size-medium wp-image-761" src="http://www.centropsicologipalermo.it/wp-content/uploads/2016/09/1Erika-Hopper-300x297.jpg" alt="Erika Hopper" width="300" height="297" /></a><p class="wp-caption-text">Erika Hopper</p></div>
<p>Scritto da <em>Roberta Campo</em></p>
<p>Era il 2000 quando uscì “<em>Thomas in Love</em>”, un film che affronta la storia di un ragazzo di 32 anni terrorizzato dal mondo e dalla possibilità di entrare in contatto con le persone che vi abitano. Thomas, quindi, sceglie di ripiegare nel mondo protetto della sua casa, intrattenendo relazioni esclusivamente di carattere virtuale. Nel film non c’è mai la possibilità di scrutare o intravedere il volto di Thomas: per certi versi è come se il regista Pierre Paul Renders avesse colto un aspetto centrale <strong>della psicopatologia della postmodernità</strong>, caratterizzata dall’<em>uso del corpo </em>(manipolato, celato, aggredito) come mezzo per esprimere il proprio disagio. Nel caso di Thomas, così come per tanti ragazzi ritirati socialmente che soffrono nascondendosi nella propria stanza e rifugiandosi in un mondo popolato da un immaginario incomprensibile ai più, il corpo deve essere sottratto al contatto, al tatto, alla relazione. Il corpo è un traditore perché svela emozioni che vorrebbero rimanessero nascoste e diventa fonte di vergogna.</p>
<p>L’<a href="http://www.centropsicologipalermo.it/ambiti/adolescenza/">adolescenza</a> di oggi è la risultante di diversi <a href="http://www.centropsicologipalermo.it/crisi-paradossi-e-disagi-della-contemporaneita/">fattori familiari, politico-economici</a> e culturali che la tratteggiano in maniera completamente diversa da quella che abbiamo visto descritta in film come “Breakfast club” o “L’attimo fuggente”.</p>
<p>Per comprendere meglio come è cambiata l’adolescenza ma anche e soprattutto il modo in cui oggi si esprime il disagio è necessario interrogarsi e comprendere il modo in cui i fattori culturali hanno delle ricadute sui processi di <a href="http://www.centropsicologipalermo.it/rilettura-teorico-clinica-del-modello-transpersonale-gruppoanalitico/">soggettivizzazione</a>.</p>
<p>“Vittima” di questa cultura narcisistica è la <strong><a href="http://www.centropsicologipalermo.it/ambiti/famiglia/">famiglia</a></strong> che sempre più si interroga sulle caratteristiche che dovrebbe avere un buon genitore, impegnata nell’elaborazione di modalità comunicative e simboliche più consone alla realizzazione della figura del genitore amato e amabile sempre e comunque. Accoglienza e protezione sembrano essere le parole d’ordine della nuova famiglia: tutto è pensato per aiutare il figlio a divenire poliedrico e adattarsi a qualsiasi contesto, per sostenerlo a coltivare la propria indole e attitudine, per fargli esprimere al meglio le proprie potenzialità (rischiando di alimentare a volte il senso di onnipotenza e di affermazione di se oltre ogni limite). La relazione empatica garantisce il legame e permette di portare avanti il progetto educativo.<br />
<em>Le famiglie affettive, liquide, viscose, nella propria quotidianità</em>, come ci descrive perfettamente Ammaniti (2015), <em>mettono in scena delle pratiche apparentemente innocue, mascheratamente paritarie che spesso creano confusione e annullano le differenze generazionali</em>, creando spesso sofferenza quando non un vero stallo educativo. Al contrario, nel loro percorso di crescita, gli adolescenti hanno bisogno delle differenze in quanto queste sostengono il percorso evolutivo e danno senso alla relazione e al legame.<br />
Spesso il genitore veste i panni del giovane, invadendo il campo generazionale identificatorio dell’adolescente, si propone agli occhi del figlio come prestante, alla moda, eternamente complice, anche se in realtà, quando si racconta all’interno di una relazione terapeutica, egli ci parla di una propria difficoltà narcisistica ad accettare i propri limiti e mancanze; la competizione con il corpo giovane del figlio sembrerebbe volere scotomizzare la paura del proprio decadimento legato al passar degli anni.</p>
<p>Oggi, in realtà, siamo in presenza di una vera e propria <strong>emergenza pedagogica</strong>, i genitori si confrontano con domande semplicemente impensabili dai loro genitori e si chiedono costantemente quali possano essere le modalità educative più adeguate per sostenere il proprio figlio nella crescita. E le risposte a queste domande vanno trovate velocemente, perché una nuova emergenza è lì pronta a prendere il posto della precedente. Non ci si finisce di chiedere quante ore dovrebbe passare il proprio figlio davanti al pc che sorge la nuova domanda sull’età per accordarsi con i figli rispetto al possesso dello smartphone. Le domande che si fanno i genitori oggi sono tante e molteplici; sempre più spesso assistiamo a genitori preoccupati o in difficoltà nello stabilire i criteri per stabilire il <em>limen</em> tra normalità e patologia. Esce troppo o troppo poco? Il numero di amici è sufficiente? A cosa addebitare il suo silenzio relativo alla sfera affettiva e sentimentale?<br />
Consapevoli che spesso il disagio è muto fino a quando non lo vedono esplodere fantasticano di spiare il figlio sul confine intimo e segreto della sua stanza.<br />
È chiaro che, spesso, dietro tutte queste domande si cela il fantasma del ritiro sociale, isolamento, depressione.</p>
<p><em>Esposto alla pressione del mostrarsi buono e competente non è solo il genitore ma anche il giovane impegnato nella definizione della propria identità.</em><br />
La società postmoderna, infatti, è caratterizzata dalla ricerca vorace e frenetica di oggetti, il cui possesso viene rappresentato dall’individuo come motivo di realizzazione personale e di completezza, unico modo per realizzare (illusoriamente) il proprio ideale dell’IO. Gli oggetti permetterebbero per certi versi di reggere le aspettative di fascino e bellezza, di essere iperprestanti ed efficienti. All’interno di un modo sempre in connessione, il nuovo mandato sociale è quello di essere sempre vigile, attento e pronto. Se da in lato però questa connessione costante è impossibile da reggere, dall’altro sembra altrettanto impossibile sottrarvisi, se da un lato permette di nascondere e camuffare a piacere il “<em>vero Se</em>”, dall’altro ci espone ad una continua assenza di privacy. L’uso dei social e di tutti i nuovi strumenti di comunicazione comporta una “socialità allargata” dove tutti potenzialmente possiamo essere in contatto con tutti. Per i “<strong>nativi digitali</strong>” ciò sicuramente comporta un nuovo modo di “<em>sentirsi parte</em>” , rappresenta un nuovo modo di condivisione e di tessitura di relazioni significative. Ma se per qualcuno l’uso di tali tecnologie è abbastanza integrato e connesso funzionalmente con il perseguimento dei compiti evolutivi, per altri adolescenti il computer e internet diventano u n modo per sottrarsi al mondo, scegliendo la vita al di la dello schermo.<br />
Non dovrebbe per niente sorprendere, quindi, che il malessere oggi possa prendere la forma dell’isolamento e del ritiro, in quanto questa soluzione, per quanto estrema, permette al soggetto di evitare il confronto con la realizzazione di ideali sociali e familiari irraggiungibili e contemporaneamente consente al ragazzo un riparo in attesa che le acque si calmino e ove può riprendere il respiro ed elaborare con calma strategie evolutive più convincenti.</p>
<p>All’interno della <a href="http://www.centropsicologipalermo.it/service/la-psicoterapia-familiare/">nostra pratica clinica quotidiana</a> non ci troviamo più ad ascoltare adolescenti che si sentono soverchiati dal senso di colpa e della paura della reazione dei propri genitori laddove scoperti per qualche trasgressione; al contrario ci troviamo davanti ad adolescenti che soffrono di una emorragia del proprio valore narcisistico. Gli adolescenti di oggi ci parlano, in contrapposizione agli ideali proposti dalla società, della loro <strong>paura di non farcela, di non essere all’altezza delle aspettative, di non essere adeguati, di non essere in grado di sostenere la competizione sociale</strong>.</p>
<blockquote><p>“Se un tempo c’era il problema di dover reprimere i propri desideri per adattarsi a nuovi ruoli sociali ora i nostri giovano hanno a che fare con un ideale dell’io che impone di manifestare i propri desideri, non preparando questi ragazzi allo scontro con la realtà e i suoi limiti. Il sentimento che nasce da questo shock è la vergogna che è difficile da debellare, costringendo quindi il soggetto ad annullarsi completamente. Sono ragazzi che desiderano scomparire ossia sottrarsi allo sguardo inquisitore dell’altro, che diventa intollerabile” (Lupi, Zavarisi, 2014, pag.77)</p></blockquote>
<p>I ragazzi che oggi sembrano essere insensibili a qualsiasi richiamo d’autorità sono gli stessi che sono pronti a “crollare” al minimo insuccesso personale. Una caratteristica che ci parla di una fragilità narcisistica, che vede l’adolescente votato ad una maggiore libertà ma contemporaneamente esposto alla perdita e alla frustrazione. Nel corso della crescita hanno interiorizzano un mandato genitoriale che li vuole protagonisti di un “Piano Grandioso”, destinato prima o poi alla prova di di realtà.<br />
Nella cultura iperprestazionale, come ci ricorda Preciado (2015), il modello normativo è quello visivo: non sembra essere un caso, infatti, che in una società in cui l’ostentazione del corpo, la ricerca di visibilità, l’ideale performante e performativo la fanno da padrone, l’adolescente scelga il proprio corpo quale teatro per esprimere il dolore mentale relativo alla crescita.<br />
Charmet lo descrive bene</p>
<blockquote><p>“il corpo dell’adolescente è spesso luogo di espressione della sofferenza e strumento di comunicazione di conflitti mentali profondi” (Charmet 2004).</p></blockquote>
<p>Gli adolescenti devono imparare a pensare il proprio corpo ma spesso quest’ultimo diventa un vero e proprio persecutore fonte di angoscia; il <strong>corpo</strong> infatti quando viene vissuto come un <strong>traditore</strong> prende le sembianze di un persecutore.<br />
La crescita impone un cambio di <strong>specchio sociale</strong>: cambiano gli interlocutori dai quali ci si aspetta approvazione e riconoscimento e questi nuovi interlocutori non hanno sempre il volto protettivo e caloroso dei genitori. I vestiti, l’abbigliamento, le mode sono la cartina tornasole per capire a che punto sono gli adolescenti rispetto al proprio percorso di crescita; tramite l’accesso ad un codice comune e condiviso dalla stessa generazione, gli adolescenti fanno capire ai pari-età quanto si sono spinti oltre nel processo di mentalizzazione del corpo e della propria sessualità.<br />
I ragazzi di oggi entrano nella fase puberale pieni di aspettative positive e a volte grandiose, con una rappresentazione più o meno nitida di quello che accadrà; ne ha parlato coi genitori, con gli insegnanti, ha ascoltato programmi in tv che esplicitamente parlano di una sfera che per anni è rimasta a gestione privata; in questo scenario nessuno si è spesso occupato realmente di sostenere l’esperienza emozionale relativa alla crescita. E così, quando al momento del <em>debutto sociale</em> le cose non vanno per come si era immaginato, gli adolescenti possono cadere nelle soluzioni chirurgiche o chimiche offerte dalla stessa società che ne origina la sofferenza (<a href="http://www.centropsicologipalermo.it/cioccupiamodi/dipendenze-senza-sostanza/">dipendenze</a>, <a href="http://www.centropsicologipalermo.it/cioccupiamodi/i-disturbi-del-comportamento-alimentare-dca/">anoressia</a>, ritiro sociale…).<br />
Il ragazzo ritirato vuole sottrarsi allo sguardo reale dell’altro proprio come Thomas. Spesso sono convinti di non avere nulla da dare, soffrono per qualsiasi imperfezione possono rintracciare nell’immagine di sé e tale “bruttezza” viene isolata nel corpo facendo del corpo un vero e proprio persecutore. L&#8217;adolescente fa in effetti fatica a mentalizzare in questi casi le trasformazioni puberali che rendono il corpo goffo, impacciato e a volte anche un pò sgraziato.</p>
<p>Il corpo che con l’avvento della pubertà aveva promesso felicità, prestanza, potenza, forza, tradisce perché sede delle manifestazioni umorali che mettono a nudo la propria fragilità.<br />
Il <em>rapporto con l’altro</em> è vissuto come doloroso, in quanto ci si espone al giudizio e alla paura di essere isolati e rifiutati. Il giovane che sperimenta il vissuto di inadeguatezza e di non essere all’altezza è spesso destinato ad essere preso in ostaggio della <a href="http://www.centropsicologipalermo.it/il-corpo-della-vergogna-adolescenza-e-nuove-forme-di-malessere/">vergogna</a>. Questa ha sicuramente un potenziale dirompente con conseguente sensazione di sfaldamento dei confini identitari. I ragazzi ritirati desiderano sottrarre il corpo, quel corpo che si vergogna e che tradisce alla vista dell’altro, non senza un vissuto di perdita. I ragazzi, infatti, desidererebbero avere relazioni di amicizia e sentimentali, ma ne rifuggono accuratamente in quanto l’altro potrebbe rifiutare e assumere la maschera di quel giudice dal quale tanto acrobaticamente rifugge.</p>
<p><strong>In scacco vi è il compito evolutivo inerente la mentalizzazione del proprio corpo sessuato, complementare mortale, e virile </strong>(la maggior parte dei ragazzi ritirati sono di sesso maschile). Conseguentemente, nella scelta di isolarsi e di sottrarsi allo sguardo altrui si può rintracciare il tentativo di fermare il tempo e posticipare a data da destinarsi il proprio debutto sociale, nell’attesa di fare ordine e di imparare il “come si fa”.</p>
<p>Bibliografia<br />
&#8211; Ammaniti M. (2015), <em>La famiglia adolescente</em>, La Terza, Bari.<br />
&#8211; Lupi A.,Zavarise G. (2014), <em>La rappresentazione del Sè, dell&#8217;oggetto genitoriale e d&#8217;amore</em>, in Cooperativa Minotauro (2014). La bruttezza immaginaria &#8211; Intervento clinico con ragazzi ritirati. Attidell’evento culturale tenutosi a Milano il 9 e 10 maggio2014.<br />
&#8211; Maggiolini A., Charmet G.P. (2004) (a cura di), <em>Manuale di psicologia dell&#8217;adolescenza: compiti e conflitti, Franco Angeli</em>, Milano.<br />
http://www.telecomitalia.com/content/dam/telecomitalia/Generalistic-images/Documenti/ricerca.pdf<br />
&#8211; Preciado P. B. (20015), <em>Testo tossico</em>, Fandango Libri, Roma.</p>
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		<title>Crisi, paradossi e disagi della contemporaneità</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Jun 2016 21:15:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Centro Clinico]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Il testo l&#8217;inutile fatica,  frutto di un lavoro gruppale, e quindi, concepito in un terreno relazionale, è la testimonianza di una giornata di studio e approfondimento che ha visto coinvolti gli autori sui temi della crisi economica, della precarietà lavorativa e del malessere esistenziale che ne deriva. &#8220;Il pretesto&#8221;  è l&#8217;opera di Ehrenberg &#8220;La fatica [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Il testo <a href="http://mimesisedizioni.it/l-inutile-fatica.html">l&#8217;inutile fatica</a>,  frutto di un lavoro gruppale, e quindi, concepito in un terreno relazionale, è la testimonianza di una giornata di studio e approfondimento che ha visto coinvolti gli autori sui temi della crisi economica, della precarietà lavorativa e del malessere esistenziale che ne deriva. &#8220;Il pretesto&#8221;  è l&#8217;opera di <a href="http://www.einaudi.it/libri/libro/alain-ehrenberg/la-fatica-di-essere-se-stessi/978880620482">Ehrenberg<em> &#8220;La fatica di essere se stessi&#8221;,</em></a> il cui punto nodale è la constatazione di come la depressione sia diventata una delle patologie più presenti del nostro tempo.<br />
<strong>Il testo e il pretesto dai quali si parte ci costringono a fare i conti con le forme del malessere contemporaneo, ci portano a guardare al sintomo nella sua natura gruppale e a dare rilievo al disagio  come formazione sociale. </strong></p>
<p>Storicizzare la mente, come ci intima Ferrari, è quindi un dovere. Come lo è mettere in crisi i modelli precedenti e fare della clinica una scienza viva che non si esime dal conflitto. Evitare il  conflitto porta invece ad uno sguardo immobile sul malessere, come se la mente fosse una entità separata e impermeabile alle ruvidità delle varie epoche.</p>
<blockquote><p>La depressione diventa la lente attraverso la quale, in modo sfaccettato, si guarda ai cambiamenti della nostra epoca. Come sottolinea Ferrari tutto ciò che riguarda la psiche non può essere significato nel luogo sterilizzato del laboratorio d&#8217;analisi, ma può essere compreso solo se colto nel suo terreno d&#8217;origine.</p></blockquote>
<p>La complessità della questione è specularmente resa dalla complessità degli sguardi che si intrecciano nel testo. <em>L&#8217;inutile fatica</em> ci mostra questo tentativo di uscire dal rischio dell&#8217;autorefenenzialità, di non scadere in facili ideologismi, di leggere in modo complesso il dato storico e politico attraverso la clinica e il dato clinico attraverso la politica e il sociale.<br />
In questo caso la depressione è sia un dato clinico che un dato politico e sociale. Lo si guarda sia attraverso i paradossi della nostra epoca che attraverso lezioni socratiche all&#8217;origine del pensiero occidentale fino ad arrivare alla crisi del materno.</p>
<p>All&#8217;inizio del testo ci si ritrova immediatamente immersi in una ricca riflessione sulla fatica dell&#8217;essere se stessi nella contemporaneità. La risposta a questa ingiunzione paradossale e a tale mandato sociale è un impoverimento del sé, una fragilità senza pari, che si innesca in un mondo sociale spogliato dalle comunità tradizionalmente aggreganti. Laddove il senso di comunità viene meno e l&#8217;ingiunzione predominante è quella della soggettivazione a tutti i costi si fonda l&#8217;humus della depressione, della fragilità del sè, del ritiro sociale.<br />
A partire da queste riflessioni Lo piccolo mette in risalto il punto di cambiamento qualitativo nel vissuto depressivo del nostro tempo. Ci invita a guardare a come non sia più caratterizzato dalla colpa ma dal senso di inadeguatezza e dalla pervasiva sensazione di vergogna. Aspetti questi ultimi determinati in modo reattivo alle richieste sempre crescenti del mercato.<br />
Il nucleo patogeno della depressione non è più caratterizzato dalla colpa ma dal deficit. Non ci si confronta più con strutture super egoiche rigide e sadiche ma con un ideale dell&#8217;io inarrivabile.<br />
Non ci si volge più verso l&#8217;altro ma si rimane intrappolati in una dimensione narcisistica e spietatamente individualista.</p>
<p><strong>In una coralità di voci vediamo consegnarci la grande solitudine relazionale del nostro tempo che appare ritmato da una competizione serrata e da una ricerca, perennemente frustrata, del successo a tutti i costi. E&#8217; nella rifondazione del senso di comunità che si individua un elemento antagonista alla sofferenza del nostro tempo. Si coglie nel testo un invito a guardare alcuni movimenti di resistenza che hanno fatto da controaltare alla <a href="https://archive.org/details/LaSolitudineDelluomoPrecario">solitudine dell&#8217;uomo precario</a>, alla gabbia interiore della depressione. In questo passaggio, come ci dice Lo Piccolo, si sottolinea il valore del processo più che dell&#8217;obiettivo.</strong><br />
Potremmo parallelamente dire che la comunità cura e, come in psicoterapia, il valore del processo di guarigione si ritrova nell&#8217;esperienza relazionale d&#8217;ascolto, sintonizzazione emotiva, valorizzazione del sè, rispecchiamento, confronto&#8230; Si ritrova già nel &#8220;viaggio&#8221;.</p>
<blockquote><p>E&#8217; ciò che ci trasmette Bifo, quando, prendendoci per mano lungo la lama che attraversa il disastro, alla morte del padre frappone la crisi del materno. Se guardiamo al materno in termini simbolici ci rendiamo conto che anche qui l&#8217;invito è alla riconnessione di trame, all&#8217;acquisizione di nuovi linguaggi, a concepimenti comunitari. E&#8217; l&#8217;utero materno che ci consegna alla comunità. L&#8217;interiorizzazione del materno diventa allora nuovo terreno gruppale.</p></blockquote>
<p>Inoltrandosi nella lettura ci si ritrova sospesi sulle macerie della politica. Si affonda lo sguardo in una delle trasformazioni più perverse del nostro tempo determinata dal venire meno della natura &#8220;collettiva&#8221; e &#8220;connettiva&#8221; della politica. Potremmo dire che a questo punto, con Cavaleri,  ci ritroviamo a sbattere contro un altro paradosso, quello della &#8220;Polis&#8221; che non assurge più ad essere luogo di ricerca di soluzioni collettive a drammi individuali ma luogo di competizione dove vige la legge della giungla. Anche la natura connettiva della politica sembra venire meno e in tale scenario frammentato si innesca il paradosso del terzo settore, del &#8220;sociale&#8221;, dell&#8217;essere &#8220;buoni&#8221;.</p>
<blockquote><p>E&#8217; nel terzo settore che si mette in rilievo le contraddizioni della contemporaneità. Esattamente in quella area di lavoro che dovrebbe occuparsi del disagio diffuso. Area di mezzo tra pubblico e privato. luogo di sperimentazione di strade alternative. via d&#8217;accesso al volontariato, ai tirocini, a forme di &#8220;lavoro non retribuito&#8221;, ai &#8220;Buoni per dirla con Luca Rastello&#8221; che perseguono obiettivi salvifici al di là della retribuzione. Proprio perché la mission è nobile e i soldi sono cosa vile, perchè il datore di lavoro è nostro alleato nella missione salvifica e non si può deludere.</p></blockquote>
<p>E&#8217; in questo scenario che vediamo in modo abbagliante l&#8217;azzeramento del conflitto, la fedeltà al capo, la competizione tra pari. Si potrebbe dire che nelle trame smagliate della politica, non più connettiva nè garante del bene comune, si innescano guerre fratricide alimentate dal mercato, non solo nei luoghi dell&#8217;impresa pura ma anche lì, nell&#8217;area dei buoni, dell&#8217;impresa sociale, delle missioni salvifiche.</p>
<p>La depressione allora diventa un dato politico che ci segnala la mancanza di tutele, l&#8217;assenza di garanzie, un nuovo paradigma del lavoro che non è più nobilitante ma è l&#8217;osso che si tende davanti a un cane affamato. Tra elementi clinici, politici e lavorativi, assurge nel testo la figura di un eroe classico, un eroe spietato e feroce, che nell&#8217;inutile fatica compare nel passaggio all&#8217;età adulta, quando ancora tutto sembra in divenire.<br />
Compare il fantasma di Alcibiade nel periodo della sua adolescenza. Ruvolo ci porta nell&#8217;era classica ad ascoltare una delle più raffinate lezioni socratiche.</p>
<p><strong>Socrate al giovane Alcibiade ammonisce di non frapporre le mete ambiziose della realizzazione del sè al discapito della comunità. Segnala come compito etico di chi governa occuparsi del bene comune non anteponendo il benessere meramente individuale a quello della comunità. Ruvolo trasponendo tale lezione ai nostri tempi rimarca la differenza tra un narcisismo maligno caratterizzato da un sè grandioso alla ricerca di continue conferme, mai nutrienti e mai bastanti&#8230;. a un narcisismo buono caratterizzato dalla cura del proprio sè.</strong></p>
<p>Attraverso la possibilità di prendersi cura di se stessi, in modo nutriente e curando le proprie relazioni, diventa  possibile occuparsi/curarsi dell&#8217;altro. Solo attraverso questa strada si può restituire alla Polis il proprio spazio etico.</p>
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		<title>TRA DESIDERIO E MATERNITÀ</title>
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		<pubDate>Sun, 22 May 2016 20:15:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Josie Bruno]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>SOSTEGNO PSICOLOGICO ALLA COPPIA CON DIAGNOSI DI INFERTILITÀ scritto da Josie Bruno Arriva un momento nella coppia durante il quale si sente il desiderio di concepire un figlio; tale desiderio è legato ad un processo di maturazione che riguarda il singolo e la coppia. Vi sono alcuni casi in cui tale desiderio viene maturato da [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h2 class="western" align="justify"><i> SOSTEGNO PSICOLOGICO ALLA COPPIA CON DIAGNOSI DI INFERTILITÀ</i></h2>
<p class="western" align="justify">scritto da Josie Bruno</p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-size: large;">Arriva un momento nella coppia durante il quale si sente il desiderio di concepire un figlio; tale desiderio è legato ad un processo di maturazione che riguarda il singolo e la coppia.</span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-size: large;">Vi sono alcuni casi in cui tale desiderio viene maturato da un processo disfunzionale, quale per esempio la necessità di portare un elemento di rinforzo ad una coppia fragile o tale scelta si manifesta come una reazione/riparazione a eventi negativi.</span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-size: large;">In altri casi, l’imperativo biologico e il tempo che passa, sono l’elemento che motiva la coppia alla ricerca dell’esperienza di generare un figlio. Le motivazioni, che fanno nascere nella coppia il desiderio di generare, sono molto importanti nella realizzazione del concepimento, nella gravidanza e nelle proiezioni future sul figlio e diventano maggiormente importanti quando il concepimento non avviene e la coppia riceve diagnosi di infertilità.</span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-size: large;">Quando il desiderio di concepimento viene disatteso, di solito nella coppia e nell&#8217;individuo avviene una frattura che richiede un tempo di elaborazione più o meno lungo. </span><span style="font-size: large;">La diagnosi di infertilità diventa una ferita che colpisce l’</span><span style="font-size: large;"><i>identità individuale, l&#8217;identità di coppia, l&#8217;identità sociale.</i></span></p>
<blockquote>
<p class="western" align="justify"><span style="font-size: large;">Ognuno dei due partner si confronta con il</span><span style="font-size: large;"> fallimento del progetto generativo. All&#8217;interno della </span><span style="font-size: large;">coppia </span><span style="font-size: large;">dopo l’iniziale reazione di shock  ci si trova di fronte a un processo decisionale: proseguire o meno nella ricerca di un figlio, ricorrere alla riproduzione medicalmente assistita o attivare le procedure dell’adozione. </span><span style="font-size: large;">Tutto ciò implica, anche in rapporto al confronto con il sociale, una profonda </span><span style="font-size: large;">sofferenza emotiva</span><span style="font-size: large;"> che mette in crisi il sistema di valori, progetti e speranze della coppia e attiva un processo di riassestamento che può durare anche a lungo.</span></p>
</blockquote>
<p class="western" align="justify"><span style="font-size: large;">Tale elaborazione è il risultato di un processo molto intenso, caratterizzato da sofferenza, disperazione, rassegnazione, domande senza risposta, vuoti incolmabili.</span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-size: large;">Si parla di “</span><span style="font-size: large;">lutto</span><span style="font-size: large;">”, come nella esperienza di lutto, il processo di accettazione passa attraverso sentimenti di rifiuto, isolamento, collera, negazione e depressione.</span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-size: large;">La difficile elaborazione è conseguenza di una perdita non solo agganciata al reale presente, ma anche alla proiezione di sé nel futuro.</span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-size: large;">Spesso, infatti, entrano in gioco </span><span style="font-size: large;">sentimenti di colpa, incapacità, inadeguatezza, con ripercussioni sulla propria autostima</span><span style="font-size: large;">.</span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-size: large;">In una prima fase di questo percorso, un tema importante è quello dell’</span><span style="font-size: large;">attesa</span><span style="font-size: large;">, ovvero la capacità di dare a se stessi un tempo per decidere se e come proseguire nel percorso stesso, ma soprattutto la necessità di elaborare la propria sofferenza.</span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-size: large;">Il primo conflitto da elaborare è quello </span><span style="font-size: large;">intrapsichico</span><span style="font-size: large;"> e riguarda soprattutto la consapevolezza di poter ristrutturare la propria identità oltre il concepimento di un figlio e il ruolo genitoriale. </span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-size: large;">Il concepimento dell’</span><span style="font-size: large;">identità femminile<i> </i></span><span style="font-size: large;">si lega nell’immaginario collettivo alla maternità. La diagnosi di infertilità comporta una revisione dell’immagine di sé e il bisogno di rivalorizzare la propria immagine e la propria femminilità. L’idea di una sessualità fallita, di un corpo rotto, sterile, minaccia la percezione di sé; il corpo che non genera viene vissuto come avverso o minaccioso. Riattivare e rivitalizzare le risorse presenti e ristrutturare l’immagine di sé è un passaggio fondamentale che qualsiasi donna dovrà affrontare prima di decidere se proseguire nel processo di realizzazione del desiderio di diventare madre.</span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-size: large;">Anche per l’uomo ci sono conseguenze importanti sull’immagine di sé. Quando c’è un desiderio generativo, l’</span><span style="font-size: large;"><i>identità maschile </i></span><span style="font-size: large;">viene focalizzata sulla capacità di fecondare; disattendere questa possibilità rappresenta la negazione del pilastro biologico dell’identità sessuale e carica il sé di un senso di inadeguatezza, colpa, vergogna per il mancato concepimento.</span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-size: large;">Un ulteriore fattore di stress implicato nella <a href="http://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_libro.aspx?CodiceLibro=1411.83">decisione di ricorrere alla PMA</a> (Procreazione Medicalmente Assistita) riguarda la sensazione di essere invasi nella propria sessualità. I vissuti più comuni sono di vergogna e senso di violazione , inoltre, le terapie sono intense e impegnative, a volte, fisicamente estenuanti.</span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-size: large;">Il lutto della perdita del figlio desiderato implica anche un’altra elaborazione, il fatto che la coppia non basti a se stessa per poter passare dalla diade alla famiglia. </span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-size: large;">Sotto questa luce il rapporto rischia di essere svilito. La </span><span style="font-size: large;">rabbia e i sentimenti di aggressività</span><span style="font-size: large;"> per questa condizione possono essere proiettati verso il partner e l’inaccettabilità della diagnosi, se non elaborata adeguatamente porta ad allontanarsi.</span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-size: large;">Il rapporto sessuale viene svuotato della sua dimensione di piacere e desiderio e la dimensione fallimentare prevale dando luogo, spesso, a ulteriori </span><span style="font-size: large;">difficoltà comunicative. </span></p>
<blockquote>
<p class="western" align="justify"><strong><span style="font-size: large;">Per le coppie è importante riconoscere e accettare di avere un problema; maturare questa consapevolezza significa confrontarsi con il dolore, perché implica l’integrazione di quella parte di sè che non funziona come si vorrebbe senza percepirsi menomati o difettosi.</span></strong></p>
</blockquote>
<p class="western" align="justify"><span style="font-size: large;">Spesso infatti sorgono rabbia e invidia nel vedere altre donne con la pancia (invidia del pancione) e la rabbia e la sofferenza spesso si fanno sentire anche quando amici, parenti, conoscenti fanno domande sul perché la coppia non ha ancora un figlio. La condizione di infertilità può dunque attivare comportamenti di fuga dalle relazioni e in alcuni casi l’isolamento familiare e sociale.</span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-size: large;">Il confronto con il fallimento, magari l’ennesimo, e il rischio di non realizzare il desiderio di genitorialità sono eventi che giustificano la sofferenza e a volte la comparsa di una depressione reattiva.</span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-size: large;">L’obiettivo di un </span><a href="http://www.centropsicologipalermo.it/ambiti/coppia/"><span style="font-size: large;">percorso di psicoterapia</span><span style="font-size: large;"> e di </span><span style="font-size: large;">sostegno psicologico</span></a><span style="font-size: large;"> è quindi aiutare la coppia a confrontarsi con questo dolore fornendo loro uno spazio di ascolto. </span></p>
<blockquote>
<p class="western" align="justify"><span style="font-size: large;">La terapia permette di creare un campo emotivo sul quale riconnettersi con l&#8217;altro rispetto al vissuto di perdita e dolore. A partire da questa nuova possibilità di confronto è possibile elaborare le emozioni dolorose e mobilitare all&#8217;interno della coppia risorse di sostegno reciproco. In tal modo diventa possibile nutrire una immagine di sè risanata sia a livello individuale che a livello di coppia. Da tutti questi fattori, in un campo emotivo tutelato dalla terapia, diventano pensabili nuove soluzioni, la terapia assurge a diventare per la coppia uno spazio creativo-rigenerativo.</span></p>
</blockquote>
<p class="western" align="justify">
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		<title>Il corpo della vergogna. Adolescenza e nuove forme di malessere</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Apr 2016 20:47:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Erika Giovanna Di Cara]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[adolescenza]]></category>
		<category><![CDATA[anoressia]]></category>
		<category><![CDATA[ansia]]></category>
		<category><![CDATA[autolesionismo]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
		<category><![CDATA[difficoltà di coppia]]></category>
		<category><![CDATA[difficoltà rapporto con i figli]]></category>
		<category><![CDATA[difficoltà relazionale]]></category>
		<category><![CDATA[dipendenze affettive]]></category>
		<category><![CDATA[dipendenze patologiche]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[vergogna]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Scritto da Erika Di Cara Le forme del malessere oggi assumono un significato ancora più pregnante se guardate in relazione al contesto in cui viviamo. Ciò non vuol dire attenzionare il disagio fuori da una dimensione clinica ma, al contrario, guardare alla clinica anche attraverso i dispositivi economici e di potere che caratterizzano la nostra epoca. [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Scritto da Erika Di Cara</em></p>
<p>Le forme del malessere oggi assumono un significato ancora più pregnante se guardate in relazione al contesto in cui viviamo. Ciò non vuol dire attenzionare il disagio fuori da una dimensione clinica ma, al contrario, guardare alla clinica anche attraverso i dispositivi economici e di potere che caratterizzano la nostra epoca.</p>
<p>Gustavo Pietropolli Charmet, ad esempio, ci parla di una nuova categoria del disagio che definisce “<a href="http://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/pietropolli-charmet-gustavo/la-paura-di-essere-brutti-9788860305725-2284.html">la paura di essere brutti</a>”. Sentirsi brutti, ci dice l&#8217;autore, sembra riconducibile alla mostruosità, al difetto grave e insopportabile. L&#8217;emozione dominante sembra essere la vergogna. La bruttezza diventa l&#8217;idea prevalente e muove verso comportamenti che spesso diventano patogeni, può portare a comportamenti sempre più restrittivi, atti a modificare il corpo come nell&#8217;anoressia, a sottrarlo allo sguardo sociale come nel ritiro sociale, a maltrattarlo come nell&#8217;autolesionismo. Charmet sottolinea come, in un mondo in cui il corpo non è più luogo di pudore, in cui l&#8217;eros e la sessualità sono ostentate,  liberate dalle forze repressive di un tempo, <strong>il corpo, oggi, non è più luogo della colpa ma della bruttezza e, in quanto tale, viene manipolato, attaccato, maltrattato o ritirato dallo sguardo dell&#8217;altro.</strong> Tale forma di malessere investe in modo prevalente gli adolescenti. L&#8217;adolescenza è la fase in cui il compito evolutivo predominante è la costruzione della propria identità e, proprio per questo, le tematiche legate ai cambiamenti del corpo, alle aspettative familiari e sociali rappresentano i punti critici di tale passaggio. La bruttezza non coincide necessariamente con un dato percettivo oggettivo ma sembra riemergere sulla pelle a partire da sensazioni più profonde di inadeguatezza. È come se di fronte a sensazioni di goffaggine relazionale, inadeguatezze emotive o cognitive, queste venissero sentite dalla persona come un dato concreto di bruttezza. <strong>Cambiando prospettiva si può dire che la sensazione di non poter essere totalmente all&#8217;altezza delle aspettative sociali, spesso eccessive, affiora sulla pelle facendo diventare mostri.</strong></p>
<blockquote><p><em>“La società del narcisismo, del successo, della visibilità sociale, dell&#8217;eclisse dell&#8217;etica a favore dell&#8217;estetica, della soggettività ad oltranza (&#8230;) concorrono a creare nel mondo interno dell&#8217;adolescente ideali crudeli di bellezza, di fascino, di carisma personale anche modelli educativi della nuova famiglia.</em> (&#8230;) <em>Tende a creare nella mente dell&#8217;adolescente fragile e incerto degli ideali prescrittivi crudeli, non solo rispetto a ciò che è necessario fare ma anche a ciò che è necessario essere per aspirare al legittimo successo e alla quota di visibilità e popolarità auspicabile. Gli adolescenti sono più esposti a modelli proposti dal mondo relazionale in cui cresce, perchè la ricerca della propria identità, valore, verità, stile fa parte degli obblighi evolutivi più avvertiti.” (Gustavo Pietropolli Charmet, la paura di essere brutti)</em></p></blockquote>
<p>A questo proposito è interessante il modo in cui P. B. Preciado nel suo “<a href="http://www.fandangoeditore.it/shop/documenti/testo-tossico/">Testo tossico</a>”, offre una cornice di riferimento rispetto alla definizione degli elementi politici, sociali, mediatici che caratterizzano la nostra epoca. In particolare, riprendendo la lezione di Foucault, guarda a come si sono modificati i dispositivi sociali e di potere e come questi influenzano in modo impercettibile le nostre possibilità di scelta. Pone l&#8217;accento sul circuito eccitazione-frustrazione come loop che muove e determina il consumo.</p>
<p>Il consumo si muove in modo orgiastico alla ricerca dell&#8217;oggetto o del farmaco che può permetterci di essere all&#8217;altezza di aspettative di benessere, fascino e perfezione. L&#8217;istigazione al consumo viene continuamente fomentata dai media, dai social, viene assorbita da ognuno di noi quasi come implicito sociale. Cela la promessa che nell&#8217;acquisto dell&#8217;oggetto X si possa conquistare una porzione di bellezza e giovinezza. Tutto ciò avviene dentro un circolo frustrazione-eccitazione dove il loop gira vorticosamente tendendoci verso la ricerca di una giovinezza-bellezza a tutti costi. Nel mercato che auspica la perfezione non ci si può concedere nessun tipo di imperfezione né fisica né psichica. Ci si deve muovere verso standard di efficienza e perfezione. Nessuno è assolto e il corpo diventa un elemento quasi innaturale, laddove, è necessario cancellare tutti i segni del tempo e camuffare ogni possibile mutamento foriero di decadimento e invecchiamento. L&#8217;imperfezione è determinata da tutto ciò che differenzia da un modello di bellezza-normalità.</p>
<p><strong>Se da un lato l&#8217;adolescente, in un contesto del genere, si sente schiacciato da aspettative di efficienza e perfezione che rendono il suo compito evolutivo arduo, dall&#8217;altro lato, l&#8217;interfaccia, è un mondo adulto che, seguendo le prospettive che delinea Preciado, deve cancellare l&#8217;orizzonte della vecchiaia e assimila la giovinezza come ideale da ricercare e replicare a tutti i costi</strong>.</p>
<p><strong>In questo senso si può dire che il corpo della vergogna non è solo quello puberale, quello dell&#8217;adolescente che porta con sé la separazione col tempo dell&#8217;innocenza, il tempo dell&#8217;infanzia, ma anche quello del genitore che nella sua maturità deve fare i conti con un corpo che solca una ulteriore separazione, quella con la propria giovinezza.</strong></p>
<p>In questo scenario trova spazio l&#8217;immagine della<a href="http://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&amp;Itemid=99&amp;task=schedalibro&amp;isbn=9788858120668"> famiglia adolescente </a>di Massimo Ammaniti, dove dal più piccolo dei figli sino ai genitori si è in un solo corpo: tutti vestiti allo stesso modo, dentro una intimità viscerale dove non si sa bene chi è genitore di chi. Dove il bisogno di condivisione sembra assolvere il bisogno di una giovinezza eterna. Ammaniti ci presenta il ritratto di una famiglia caratterizzata sempre più dall&#8217;elemento della condivisione e dell&#8217;intimità. L&#8217;adolescenza, che richiede un confine e una distinzione dal mondo degli adulti importante e fondamentale, crea uno stravolgimento inaccettabile. Oggi, i genitori tendono non a porsi sulla sponda del “mondo degli adulti” ma a provare a raggiungere il mondo adolescenziale, a prolungare all&#8217;infinito la fase di condivisione. In tal modo si generano le famose confusioni delle “madri-amiche-sorelle”, dei padri a cui si può dire tutto. La deriva a cui si arriva è spesso rappresentata dalla creazione di un forte ostacolo al normale processo di separazione distinzione.</p>
<blockquote><p>“Il rischio, quando figli e genitori condividono in tutto e per tutto l&#8217;esperienza sessuale e affettiva, è che gli adolescenti non riescano a dare profondità e spessore alla propria sessualità. (…) Quando la familiarità è eccessiva, quando l&#8217;intimità è svilita, la sessualità non è più un motore importante di emancipazione” <em>(Massimo Ammaniti, la famiglia adolescente)</em></p></blockquote>
<p>La costruzione di una propria identità comporta invece la ricerca di un confine attraverso il quale differenziarsi e affermare il proprio modo di esistere. Affinché ciò avvenga è necessario trovare una propria intimità, segretezza, la possibilità di chiudere la porta della propria stanzetta. È come se mancasse la possibilità di accettare la normale evoluzione e il dolore necessario che si accompagna a questa. Laddove, crescere comporta una separazione e, quindi, una esperienza anche dolorosa ma, questo “anche doloroso”, diventa oggi qualcosa di traumatico e intollerabile, per cui, la “soluzione” è rappresentata nello spostamento in avanti del momento del distacco e quindi dell&#8217;emancipazione da parte dei nostri figli.</p>
<p>Tornano in mente, per concludere, le parole de <em>Il corpo del reato</em>, brano contenuto nel primo disco di Iosonouncane, progetto musicale che sperimenta sonorità e narrazioni a metà strada tra cantautorato ed elettronica. Il brano, che sceglie un punto di narrazione molto audace, parla dell&#8217;angosciato tentativo di bloccare l&#8217;emancipazione ed il distacco, di riportare a casa un figlio ormai lontano.</p>
<p><iframe src="https://www.youtube.com/embed/NZUjnlj7xtI" width="420" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<blockquote><p><em>&#8220;Alzati, andiamo, non fare il cretino<br />
non fare il bambino ti porto a casa ti porto in braccio&#8230;<br />
Andiamo a casa ti tengo forte andiamo.<br />
Non ci pensi a tua madre?<br />
Ma pensa a tua madre è rimasta lì inchiodata,<br />
crocifissa sul portone di casa, in bella mostra in mezzo la strada&#8230;<br />
Non dice niente sospira soltanto…<br />
E lo sa meglio di me, lo sa meglio di te, che per un figlio appena dato<br />
uno nuovo tale e quale è ricevuto e me lo ha chiesto balbettando&#8230;<br />
Andiamo lasciati sollevare, che pensi di fare?<br />
Se pensi di fare qualcosa di originale ti stai sbagliando.<br />
Non c&#8217;è niente di più scontato di più normale.&#8221;</em></p>
<p>(<em>Iosonouncane, Il corpo del reato</em>)</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
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		</item>
		<item>
		<title>I cambiamenti nella mente dell&#8217;adolescente</title>
		<link>https://www.centropsicologipalermo.it/68/</link>
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		<pubDate>Mon, 07 Mar 2016 13:11:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Cristina Pittari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Cristina Pittari. La confusione emotiva, l&#8217;imprevedibilità, la creatività, l&#8217;impulsività che caratterizzano l&#8217;adolescenza trovano una spiegazione negli studi neuroscientifici che attestano come nel cervello adolescente avvengano tanti cambiamenti in un arco di tempo breve e che le varie componenti cerebrali si sviluppino secondo velocità differenti. Il cervello dell&#8217;adolescente è un cervello in via di sviluppo, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.centropsicologipalermo.it/68/">I cambiamenti nella mente dell&#8217;adolescente</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.centropsicologipalermo.it">Koinè - Centro Psicologi Palermo</a>.</p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di Cristina Pittari.</p>
<p>La confusione emotiva, l&#8217;imprevedibilità, la creatività, l&#8217;impulsività che caratterizzano l&#8217;adolescenza trovano una spiegazione negli studi neuroscientifici che attestano come nel cervello adolescente avvengano tanti cambiamenti in un arco di tempo breve e che le varie componenti cerebrali si sviluppino secondo velocità differenti.</p>
<blockquote><p>Il cervello dell&#8217;adolescente è un cervello in via di sviluppo, quindi immaturo.<br />
Le aree limbiche cioè quelle regioni del nostro cervello connesse all&#8217;impulsività e all&#8217;emotività si sviluppano prima di quelle corticali, delle quali la regione frontale è responsabile dell&#8217;autoconsapevolezza, dell&#8217;inibizione e dell&#8217;autoregolazione emotiva.<br />
Studi dimostrano come nei giovani che arrivano alla pubertà la capacità di riconoscimento delle emozioni diminuisce fino al 20%,per poi essere recuperata ai 18 anni d&#8217;età.</p></blockquote>
<p>L&#8217;adolescenza è quindi un periodo di trasformazioni e proprio per questo motivo di vulnerabilità.<br />
Il rimodellamento cerebrale che caratterizza questo periodo della vita ne crea le condizioni. Si assiste alla riduzione del numero dei neuroni e delle loro connessioni, il cosidetto fenomeno della potatura, con conseguente eliminazione delle connessioni in eccesso (quelle cioè che non vengono utlizzate); aumentano le connessioni sinaptiche tra i neuroni rimanenti, conseguentemente ad un aumento della mielina, una guaina che ricopre il neurone e che ne permette la comunicazione. Questi cambiamenti sono responsabili del nuovo modo di essere, di pensare, agire dell&#8217;adolescente.<br />
L&#8217;obiettivo finale di questi cambiamenti è favorire la nascita della capacità di integrazione, cioè di una maggiore specializzazione delle diverse aree cerebrali e di un migliore collegamente tra esse; una efficace connessione tra le aree corticali e sottocorticali cioè tra pensiero logico, razionale ed emotività.<br />
L&#8217; integrazione avviene dentro se e tra se e gli altri.<br />
Proprio a causa di queste trasformazioni cerebrali, una vulnerabilità gia presente nell&#8217;infanzia, per cause genetiche o per esperienze vissute( trascuratezze, traumi, abusi), può emergere facilmente in adolescenza.</p>
<blockquote><p>Negli anni della scuola superiore e dell&#8217;università, quindi, possono comparire importanti disturbi mentali come depressione, disturbo bipolare, schizofrenia. Nei casi in cui l&#8217;umore o il pensiero diventino non funzionali per cui l&#8217;adolescente non riesce a stare bene con se stesso e con gli altri, bisogna comprendere se si tratta di una condizione temporanea e dovuta alla vivacità di questo periodo o se cela problemi più gravi che richiedono un intervento di tipo psicoterapeutico.<br />
Il lavoro analitico con l&#8217;adolescente ha come condizione trasformativa i momenti d&#8217;incontro tra paziente e analista, momenti affettivi, in cui il paziente può interiorizzare una diversa qualità delle relazioni rispetto a quelle vissute. Momenti di sintonizzazione affettiva, di vicinanza,in cui sperimentare di &#8220;sentirsi sentito&#8221; dal proprio analista.</p></blockquote>
<p>Il senso di appartenenza al gruppo,la possibilità di vivere attaccamenti multipli, la presenza di relazioni in grado di sostenere, la collaborazione tra generazioni, uno stile di attaccamento sicuro e quindi la possibilità di sentirsi amati, protetti, aiutati nei momenti di difficoltà sono ingredienti indispensabili affinchè gli adolescenti possano vivere al meglio questo periodo della loro vita<br />
E&#8217; importante essere consapevoli che alcuni aspetti dell&#8217;adolescenza come la ricerca di novità, di senso, la creatività, l&#8217;importanza degli altri, le emozioni intense siano da conservare e alimentare anche da adulti perchè senza la vita diventerebbe triste, noiosa, ripetitiva.<br />
E&#8217; proprio per questo che l&#8217;approccio agli adolescenti non potrà che valorizzare le componenti positive, la ricerca di nuove soluzioni ai problemi, l&#8217;effervescenza emotiva, la vitalità, il carmbiamento, la spinta rivoluzionaria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Bibliografia<br />
Funzione gamma rivista telermatica scienifica dell&#8217;Università La Sapienza di Roma</p>
<p><a href="http://Siegel%20d.j., La mente adolescente 2013 Raffaello Cortina editore">Siegel d.j., La mente adolescente 2013 Raffaello Cortina editore</a><br />
<a href="http://Siegel D.J., La mente relazionale, 2012 Raffaello Cortina editore">Siegel D.J., La mente relazionale, 2012 Raffaello Cortina editore</a></p>
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		<title>Centro clinico &#8211; Un progetto di psicoterapia democratica</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Jan 2016 14:51:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[da72a300]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Il progetto del centro clinico nasce dall&#8217;elaborazione del concetto di psicoterapia democratica come espressione di servizio accessibile a tutti. La psicoterapia democratica ha come strumento di cura la psicoterapia ad orientamento psicodinamico e come statuto quello di creare delle condizioni di accessibilità ad ampio raggio. In termini concreti questo si traduce in un tariffario differenziato [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h2>Il progetto del centro clinico nasce dall&#8217;elaborazione del concetto di psicoterapia democratica come espressione di servizio accessibile a tutti.</h2>
<p><strong>La psicoterapia democratica ha come strumento di cura la psicoterapia ad orientamento psicodinamico e come statuto quello di creare delle condizioni di accessibilità ad ampio raggio. In termini concreti questo si traduce in un tariffario differenziato e conforme a diverse fasce di reddito. Con questa peculiarità si intende colmare una lacerazione creata dal corto circuito tra disagio e possibilità di cura.</strong></p>
<p>In relazione ai tagli riguardanti la sanità pubblica il dipartimento di salute mentale ha ridotto notevolmente le risorse interne e, di conseguenza, la possibilità di cura. Allo stesso tempo la crisi ha reso impraticabile, per buona fetta della popolazione, rivolgersi al privato. L&#8217;aumento della crisi economica, la diminuzione delle risorse curanti coincidono inoltre con un aumento del malessere sociale.</p>
<p><span id="more-660"></span></p>
<p>All&#8217;interno di questa riflessione una risposta a tale paradosso ci è sembrata quella di ideare un sistema di cura che, pur provenendo dal “privato”, possa creare un punto di contatto tra il potenziale professionale di cui il nostro gruppo si è dotato in questi anni di formazione e lavoro e la crescente domanda di cura.</p>
<p><strong>L&#8217;adeguamento dei costi alle possibilità dell&#8217;utenza ci è sembrato un punto di partenza per riavvicinare la clinica, in quanto istituzione curante, con l&#8217;utenza, orfana di possibili prese in carico da parte del servizio pubblico.</strong></p>
<p>Questa elaborazione nasce da operatori della salute mentale che sperimentano al contempo le problematiche relative ai cambiamenti delle condizione lavorative e, contemporaneamente, l&#8217;impossibilità di inserirsi nel sistema istituzionale deputato alla cura. Da questa condizione di privazione e di precarietà nasce tale proposta che, in questi termini, rappresenta il punto di incontro tra due esigenze: quella di una utenza che viene espulsa o “poco trattata” negli ambiti destinati alla cura e quella di “curanti” che si trovano spesso a dover adeguarsi ad una scelta obbligata, quella di tentare la via del privato.<br />
Organizzare un servizio che possa risultare ibrido, non troppo privato né pubblico, ci è sembrata l&#8217;alternativa possibile.</p>
<h3>Un sistema di cura adeguato alla contemporaneità</h3>
<p>La crisi economica e sociale a cui si tenta di dare risposta attraverso il progetto che presentiamo, non suggerisce soltanto una rimodulazione sul piano fin qui esposto, ma interroga i professionisti che intendono proporsi come fautori di un sistema di cura adeguato alla contemporaneità, anche sul piano prettamente teorico e clinico. La letteratura degli ultimi anni segnala su più fronti questa necessità ed il progetto del <em><strong>Centro clinico</strong> intende corrispondervi, proponendo un’attenzione alle nuove forme di sofferenza psicologica, sia nelle loro declinazioni fenomenologiche, che rispetto alla loro comprensione, concettualizzazione e cura.</em></p>
<p><strong>Un Centro clinico che si apre al territorio della nostra contemporaneità, non può trascurare tanto la dimensione dell’impoverimento materiale, quanto di quello simbolico-affettivo</strong>, qui argomentati.</p>
<p>Il progetto che lo riguarda implica uno sguardo teorico, clinico e politico all’attualità e intende proporre metodi e dispositivi orientati a dare una risposta alle domande esplicite ed implicite che da essa scaturiscono.<br />
Utilizzando la trama offerta dalla <strong>teoria gruppoanalitica</strong>, l’idea del Centro Clinico si pone quale proponimento progettuale per il territorio nel territorio. Essa costituisce un aspetto integrante della comunità e del suo tessuto transpersonale, quale espressione del suo versante Politico-Ambientale. La realtà che si intende proporre, vuole sostenere il <em>senso di sicurezza e di progettualità </em>delle persone nel loro mondo, assolvendo alla funzione di contenitore delle ansie ed incubatore delle prospettive di vita. In questo senso si propone il <strong>Centro clinico come un luogo che rassicuri riguardo alla stabilità e alla longevità del tempo della cura e alla sua reale praticabilità, nella consapevolezza che la coesione sociale si pratica nell’ambito di una responsabilità condivisa dalla comunità, quindi in funzione delle sue risorse complessive e non del potere d’acquisto dei singoli.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo progetto ha trovato spazi di elaborazione all&#8217;interno del laboratorio di gruppoanalisi, da molti vissuto come l&#8217;estensione naturale della scuola di specializzazione, la COIRAG, all&#8217;interno della quale tutti noi ci siamo specializzati.<br />
Il laboratorio è il luogo di condivisione di saperi e di commistione, dove gruppi di covisione, supervisione e di studio si avvicendano con l&#8217;obiettivo comune di accrescere la riflessione intorno alla pratica psicoterapeutica.<br />
La proposta qui descritta ha trovato un primo punto di concepimento e riflessione in uno di questi spazi per poi essere rilanciato a vari livelli e in differenti gruppi interni ad esso.</p>
<p>Un contributo fondamentale alla nascita e alla elaborazione del progetto centro clinico è stato dato dal Dott. Savio Camizzi, dalla Dott.ssa Costanza Dolce e dal Dott. Calogero Lo Piccolo</p>
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		<title>Sostanze di consumo e post-modernità</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Dec 2015 18:21:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Centro Clinico]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[adolescenza]]></category>
		<category><![CDATA[ansia]]></category>
		<category><![CDATA[centro clinico]]></category>
		<category><![CDATA[depressione]]></category>
		<category><![CDATA[dipendenze patologiche]]></category>
		<category><![CDATA[modello transpersonale]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Gli imperativi sociali contemporanei tratteggiano una figura antropologica di uomo adattato e integrato nel mondo, una sorta di self-made-man che, se da un lato stimola gli individui a correre rischi a livello personale e professionale, dall’altro non fa altro che aumentare il senso dell’incertezza rispetto ai risultati delle proprie scelte. Prendere delle scelte, quindi, significa [&#8230;]</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2>Gli imperativi sociali contemporanei tratteggiano una figura antropologica di uomo adattato e integrato nel mondo, una sorta di self-made-man che, se da un lato stimola gli individui a correre rischi a livello personale e professionale, dall’altro non fa altro che aumentare il senso dell’incertezza rispetto ai risultati delle proprie scelte.</h2>
<p>Prendere delle scelte, quindi, significa essere esposti potenzialmente ad un <em>rischio</em> da esiti negativi e ad<em> un sentimento di insicurezza</em> derivante proprio dalla probabilità di fallimento. Ciò, di fatto, ha come conseguenza principale quella di rendere gli esseri umani più sensibili a rimedi chimici che permettano loro di far fronte a tutti questi sentimenti percepiti come poco funzionali all&#8217;<em>adattamento sociale</em> in un mondo il cui ideale è quello dell’uomo di successo.</p>
<p><span id="more-634"></span></p>
<p>Sembra, così, innescarsi un circolo vizioso: gli individui, permeati dalla <strong>logica della prestazione </strong>e della <strong>velocità psichica</strong> (correlato psicologico della velocità che caratterizza la società attuale: velocità dei mezzi di trasporto, dei mezzi di comunicazione di massa) desiderano essere uomini affermati e apprezzati a livello sociale; contemporaneamente si sentono esposti a sentimenti spiacevoli in contraddizione con le caratteristiche che li qualificherebbero come persone di successo.</p>
<p>L’<strong><a href="http://www.centropsicologipalermo.it/ci-occupiamo-di/uso-di-sostanze-e-tossicodipendenza/" target="_blank">utilizzo di droghe e di farmaci</a> </strong>sembra essere allora un modo per affrontare questi sentimenti senza che questi possano mettere a rischio il precario equilibrio psico-fisico della persona.</p>
<p>Il <strong>sentimento di incertezza nei confronti del futuro</strong>, infatti, sembra essere alla base di un nuovo bisogno di sicurezza e controllo complessivo degli eventi, e l’utilizzo di sostanze psicoattive potrebbe favorire, anche solo momentaneamente e per un breve periodo di tempo, la sensazione di potere controllare il proprio funzionamento mentale e fisico nella direzione voluta e desiderata adeguandosi mimeticamente e adattativamente allo scenario globale generale.</p>
<p>Ingrosso (1999, 2003), a proposito dei <a href="http://www.centropsicologipalermo.it/rilettura-teorico-clinica-del-modello-transpersonale-gruppoanalitico/" target="_blank">grandi cambiamenti epocali</a> che hanno investito la società attuale segnala la presenza di un <em>immaginario iperprestativo</em> intendendo con questo un immaginario permeato da fantasie di potenziamento a più livelli. Secondo l’autore ciò si inquadra</p>
<blockquote><p>“in uno scenario di manipolazione tecnologica del sistema psicosomatico e relazionale-comunicativo dei soggetti finalizzato al soddisfacimento di bisogni o desideri di tipo esplorativo (di emozioni, sensazioni, ecc.), socializzante, curativo, contenitivo (di paure, angosce, ecc.), ricreativo, operativo, creativo, simbolico e così via”. (Ingrosso, 1999, pag. 14).</p></blockquote>
<p>Ciò significa essere prestanti nel lavoro e nel tempo libero, efficienti e socievoli nelle relazioni, protagonisti attivi della propria vita e di quella altrui, dinamici e disinvolti sempre e comunque.</p>
<p>Basti pensare alla diffusione di interventi chirurgici volti a cambiare l’aspetto del proprio corpo (chirurgia plastica ed estetica, piercing e tatuaggi), allo sviluppo di tecnologie che aumentano la capacità di memoria e di elaborazione delle informazioni (limiti naturalmente imposti all’uomo), allo studio e alla ricerca delle biotecnologie capaci di sfidare i limiti imposti dalla morte. E ancora, alla massiccia diffusione di videogiochi e software di simulazione della realtà in cui la persona si immerge totalmente.</p>
<p>Le <strong><a href="http://www.centropsicologipalermo.it/ci-occupiamo-di/dipendenza-da-internet/" target="_blank">tecnologie moderne</a></strong>, così come le droghe, permettono e sono alla base di un nuovo modo di concepire le relazioni mente-corpo: il mondo del “virtuale” apre le porte ad una diversa modalità di interazione con il proprio corpo <em>“allargando enormemente i confini del possibile e dando occasione al singolo di interagire, e alle volte perfino di creare, i propri contesti di vita” </em>(Maggiolini, Grassi,pag. 27).</p>
<p>In quasi tutto il mondo occidentale l’uomo si trasforma in <em><strong>cyborg</strong></em>, una figura metaforica fantascientifica metà uomo e metà robot. Il cyborg sembra essere l’espressione di una ossessiva necessità di manipolazione della natura umana.</p>
<p>L’essere umano ha imparato a programmare i momenti in cui potere vivere passioni, sentimenti e le emozioni. Tale livello di controllo servirebbe all’individuo di preservarsi da pericoli “esterni”: la programmazione delle emozioni in contesti controllati eviterebbe che queste si possano presentare all’improvviso; laddove questo dovesse succedere il rischio sarebbe il crollo di tutte quelle difese maniacali che, fino a quel momento gli avevano permesso di controllare tutti gli eventi percepiti come minaccia dei fragili equilibri della propria quotidianità (Martignoni, 2001/2002).</p>
<blockquote><p>“Ognuno di noi è privo di garanzia di successo e pieno di incertezza (…). Infinite solitudini delle persone con una difficoltà maggiore ad incontrarsi con gli altri nel sociale, fino alla nuova paura di mettersi a nudo davanti agli altri con i propri sentimenti e la propria personalità autentica rischiando magari una dolorosa frustrazione (…). Una planetaria perdita del legame sociale e del conseguente sentimento di isolamento dell’individuo che ognuno a modo suo cerca di colmare attraverso contatti programmati e confezionati” (Di Gregorio, 2004: pag 52).</p></blockquote>
<p>La ricerca, senza compromessi, di una soluzione magica alla zavorra dei sentimenti umani sembra la richiesta bisognosa di un mondo <em>iper</em>.<br />
A partire da quanto detto appare chiaro come il “<em>problema</em>” droga, infatti, non coinvolga semplicemente i <a href="http://www.centropsicologipalermo.it/ambiti/adolescenza/" target="_blank">giovani</a>, anzi, secondo alcuni Autori (Amendt, 2004; Ingrosso, 1999; Martignoni, 2005) sarebbe semplicemente il sintomo visibile di una società che necessita di sostanze e di additivi chimici e psicologici volti alla ricerca di un sollievo alle <a href="http://www.centropsicologipalermo.it/ci-occupiamo-di/ansia-e-fobie/" target="_blank">ansie </a>prodotte dall’attuale configurazione sociale.</p>
<p>Amendt, ad esempio, parla di psicodroghe riferendosi ai farmaci in quanto questi ultimi ormai verrebbero utilizzati come modo per <a href="http://www.centropsicologipalermo.it/ci-occupiamo-di/disturbi-della-regolazione-delle-emozioni-e-degli-impulsi/" target="_blank">regolare i propri stati mentali interni</a>.</p>
<blockquote><p>“Nel mondo globalizzato e deregolamentato del futuro, le sostanze psicoattive, che influenzano il comportamento nella misura in cui modificano il senso di sé, diventeranno irrinunciabili non solo come genere voluttuario – just for fun – ma anche come strumenti di intervento sociale” (p.11).</p></blockquote>
<p>Così, una persona che si sente leggermente <a href="http://www.centropsicologipalermo.it/ci-occupiamo-di/depressione/" target="_blank">depresso</a> ricorrerà all’uso di antidepressivi in modo da non compromettersi come ingranaggio di una più ampia catena produttiva. È chiaro come le droghe farmaceutiche e le sostanze psicoattive in genere pilotino, secondo l’Autore, sentimenti umani, li offuscano, li canalizzano, li controllano ma raramente li chiariscono.</p>
<p>Il “nuovo” rapporto con le sostanze psicoattive, per quanto per certi versi ancora perturbante la morale collettiva, sembra essere integrata ed egosintonica rispetto ad alcune caratteristiche del periodo attuale – velocità, consumismo, efficienza, rischio.</p>
<p>Secondo Amendt, il modello del self made man in ambito di consumi di sostanze si tradurrebbe in <strong>un’immagine ipermedicalizzata della sofferenza</strong>: piuttosto che interrogarsi sull’emozione disturbante, l’individuo post-moderno preferirebbe renderla silenziosa tramite l’assunzione di farmaci (antidepressivi, ansiolitici…).<br />
La <strong>strada farmacologica</strong> per l’incremento delle prestazioni lavorative e per il gioioso e rilassato godimento rappresenta la via più facile per risolvere i problemi, sociali e individuali.<br />
L’elemento che sembra caratterizzare indistintamente tutti i consumi di sostanze psicoattive sembra essere quello che Amendt (2004) definisce “<em>processo di strisciante farmacologizzazione della realtà</em>” (pag. 9) o, come altrimenti lo definisce Ingrosso, “<em>effetto supermarket</em>” (Ingrosso, 1999, 2003).</p>
<p>Da un lato si evidenzia come l’attuale condizione umana, quella del mondo globalizzato e de-regolamentato, necessiti sempre di più di protesi esterne per riuscire a rendere la vita tollerabile psicologicamente.. Dall’altro si evidenzia come i mercati legali e illegali delle droghe/farmaci proliferino al punto da essere riusciti a creare la sostanza giusta per il raggiungimento di qualsiasi effetto psicofisico (Ingrosso, 2003; Petroni, 2004).</p>
<p>Le persone in questo modo avrebbero la possibilità di scegliere la sostanza giusta a partire da uno specifico desiderio, in modo da creare un connubio inscindibile tra la farmacopea della droga (Collin, 1998) e la farmacopea dei desideri (Ingrosso,1999), in perfetta linea con l’ideale basico dell’<em>immaginario iperprestativo</em>.</p>
<p>Così a tutti è permesso di essere felici, scattanti, allegri, spavaldi, coraggiosi, impavidi a dispetto di quei sentimenti di incertezza che provengono dal sociale. All’interno di questa prospettiva, la possibilità di disporre di un mezzo tecnico (naturale, chimico o tecnologico), con poteri quasi magici, permette alle persone di potere vivere con la sola immaginazione</p>
<blockquote><p>“una breve esperienza di onnipotenza che allontana, anche solo per un breve lasso di tempo, il sentimento sgradevole di impotenza e di sottomissione a poteri forti e sconosciuti, dentro e fuori i propri confini (…), che serve a ridimensionare il senso della minaccia che proviene dal sociale” (Di Gregorio, 2004).</p></blockquote>
<p>Quanto detto fino ad ora serve a segnalare una particolare rappresentazione del corpo, sempre più visto come corpo-macchina e meno come corpo-soma investito affettivamente e simbolicamente (Martignoni, 2005).</p>
<p>Come dice Lo Verso (2003) il Sé somatico è il grande rimosso del post-moderno; il corpo concreto, che vibra, che tocca e che sente con l’altro sembra essere un corpo che non riesce a trovare più territorialità: un corpo che parla del desiderio della relazione con un altro che può anche rifiutare, un corpo che espone a sentimenti imprevedibili, spesso difficilmente controllabili (le passioni ad esempio), un corpo vivente che gioca con altri corpi, un corpo che può essere indesiderato perché perennemente ricordante i limiti materiali di ognuno e potenzialmente imperfetto e caduco.</p>
<p><strong>Il corpo-macchina</strong>, al contrario, sembrerebbe essere il contenitore virtualizzato di un Sé logico, razionale, preciso e dedito all’azione. È come se fossimo in presenza di un iper-funzionamento della mente sempre più disancorata dal proprio corpo. Martignoni (2005) evidenzia come il processo a cui si è assistito è stato una progressivo passaggio dal corpo biologico al corpo cellulare luogo del <strong>fu<em>nzionamento cyborg</em></strong>.</p>
<p>Bibliografia<br />
&#8211; Amendt G. (2004), No drug, no future, Feltrinelli, Milano.<br />
&#8211; Di Blasi M. (a cura di) (2003), Sud-Ecstasy. Un contributo alla comprensione dei nuovi stili di consumo giovanile, Franco Angeli, Milano.<br />
&#8211; Collin M., Stati di alterazione. La storia della cultura Ecstasy e dell’Acid House, Oscar, Saggi Mondadori, 1998.<br />
&#8211; Di Gregorio L. (2004), Psicopatologia del cellulare, Franco Angeli, Milano.<br />
&#8211; Ingrosso M., (2003) “Pluralizzazione delle droghe e immaginario iperprestativo” in &#8211; Di Blasi M. (a cura di), Sud-Ecstasy. Un contributo alla comprensione dei nuovi stili di consumo giovanile, Franco Angeli, Milano.<br />
&#8211; Ingrosso M. (1999), “Nuove droghe, nuove idee”, Animazione Sociale, Novembre, (pp 9-25)<br />
&#8211; Lo Verso G. (2003), “Prefazione” in Di Blasi M. (a cura di), Sud-Ecstasy. Un contributo alla comprensione dei nuovi stili di consumo giovanile, Franco Angeli, Milano.<br />
&#8211; Maggiolini A., Grassi R. (2003), “Droghe e culture adolescenziali: una ricerca sugli atteggiamenti degli adolescenti verso le droghe”, in Maggiolini A.(a cura di), Sballare per crescere. La prevenzione delle droghe a scuola, Franco Angeli, Milano.<br />
&#8211; Maggiolini A.(a cura di) (2003), Sballare per crescere. La prevenzione delle droghe a scuola, Franco Angeli, Milano.<br />
&#8211; Martignoni G. (2001/2002), “La clinica dei fluidi e l’incerto abitare”, in Atti “Il maggio di Alice”. Proposta di un percorso attorno alla tossicodipendenza, II°-III° edizione.<br />
&#8211; Martignoni G., (2005), “Tossicodipendenza. Una malattia dell’‘anima del mondo’, un ‘isotopo culturale’ o solo una categoria psicopatologica” in Caretti V., La Barbera D., (a cura di), Le dipendenze patologiche. Clinica e psicopatologia, Raffaello Cortina Editore, Milano.<br />
&#8211; Petroni A., (2004), Droghe Legali, Castelvecchi, Roma.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.centropsicologipalermo.it/sostanze-di-consumo-e-post-modernita/">Sostanze di consumo e post-modernità</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.centropsicologipalermo.it">Koinè - Centro Psicologi Palermo</a>.</p>
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