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Il seminario “la Maladolescenza, nuove forme di malessere in adolescenza”

Il seminario “La maladolescenza. Nuove forme di malessere in adolescenza”, nasce dall’esigenza di confrontarsi sulle nuove evenienze patologiche in adolescenza e le nuove frontiere della cura. Parliamo di nuove frontiere della cura in relazione alla inadeguatezza della categorie psicopatologiche classiche e al bisogno di approcciare nuovi linguaggi e nuovi strumenti terapici. Il rischio è quello dello spaesamento, oppure, di fornire una risposta di cura sorda ai nuovi bisogni e rispondente ad un mondo che non esiste più.

I temi trattati spazieranno dal cambiamento della  funzione paterna e materna. A tale proposito si pensi a come la funzione paterna classicamente intesa nel suo valore normante è oggi fortemente messa in crisi. Allo stesso tempo la funzione materna fa i conti con l’emancipazione del ruolo della donna avvenuta negli ultimi secoli, per cui è da ritenersi superata la fase in cui semplicemente si rincorrevano ideali prettamente maschili in vista del riconoscimento di uguaglianza e parità, verso una realtà che ha a che fare con modelli di vita complessi fondati sul riconoscimento della differenza tra maschile e femminile.

Si parlerà di ritiro sociale come nuova forma del malessere. Il ritiro che di solito si manifesta con un primo sintomo di fobia scolare e mano mano si caratterizza per una chiusura sempre totalizzante.

Dipendenza da internet. L’approfondimento di questo tema permette di guardare all’uso massivo di internet in corrispondenza al ritiro sociale, e quindi alla dipendenza da internet come un sintomo di compromesso, laddove la realtà virtuale diventa una via alternativa attraverso la quale il soggetto si permette di mantenere un vissuto relazionale o di fare esperienze più o meno intense in una forma per lui meno terrifica. A proposito di tale prospettiva si ribalta l’idea di contrastare la dipendenza da internet normando l’uso del computer o creando divieti ma, si utilizza il mondo virtuale come un primo canale di comunicazione con la persona in ritiro.

Il seminario permetterà di entrare nel vivo dell’intervento clinico attraverso il confronto su casi clinici e attraverso una seconda fase in piccolo gruppo.

Il seminario riguarderà la giornata 5 novembre dalle ore 9,00 alle ore 18,00
9,00-11,00
Prima fase di presentazione ospiti e intervento  di Miscioscia.
“Inquadramento teorico su adolescenza, ritiro sociale e intervento con i genitori”

11,00- 11,30 coffe break
11,30 13,00
Confronto su casi clinici
Diego Miscioscia – l’intervento clinico con i ragazzi ritirati
Marie Di blasi- ritiro sociale e dipendenze da internet 
Graziella Zizzo- il lavoro con i genitori e le famiglie all’interno di un ambulatorio pubblico
13,30 pausa pranzo
14,30- 16,30
lavoro in piccolo gruppo
16,30 pausa
17,00 – 18,00
plenaria- restituzione dei lavori in piccoli gruppi
 Diego Miscioscia – psicologo, psicoterapeuta, formatore e socio fondatore della cooperativa il Minotauro
Marie Di Blasi – psicologa, psicoterapeuta, professore associato presso l’Università degli Studi di Palermo
Graziella Zizzo – psicologa, gruppoanalista, psicodrammatista, dirigente psicologo presso N.P.I. ASP di Trapani. Docente presso la scuola di specializzazione Coirag
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Il corpo celato. Riflessioni cliniche sui ragazzi ritirati

Erika Hopper

Erika Hopper

Scritto da Roberta Campo

Era il 2000 quando uscì “Thomas in Love”, un film che affronta la storia di un ragazzo di 32 anni terrorizzato dal mondo e dalla possibilità di entrare in contatto con le persone che vi abitano. Thomas, quindi, sceglie di ripiegare nel mondo protetto della sua casa, intrattenendo relazioni esclusivamente di carattere virtuale. Nel film non c’è mai la possibilità di scrutare o intravedere il volto di Thomas: per certi versi è come se il regista Pierre Paul Renders avesse colto un aspetto centrale della psicopatologia della postmodernità, caratterizzata dall’uso del corpo (manipolato, celato, aggredito) come mezzo per esprimere il proprio disagio. Nel caso di Thomas, così come per tanti ragazzi ritirati socialmente che soffrono nascondendosi nella propria stanza e rifugiandosi in un mondo popolato da un immaginario incomprensibile ai più, il corpo deve essere sottratto al contatto, al tatto, alla relazione. Il corpo è un traditore perché svela emozioni che vorrebbero rimanessero nascoste e diventa fonte di vergogna.

L’adolescenza di oggi è la risultante di diversi fattori familiari, politico-economici e culturali che la tratteggiano in maniera completamente diversa da quella che abbiamo visto descritta in film come “Breakfast club” o “L’attimo fuggente”.

Per comprendere meglio come è cambiata l’adolescenza ma anche e soprattutto il modo in cui oggi si esprime il disagio è necessario interrogarsi e comprendere il modo in cui i fattori culturali hanno delle ricadute sui processi di soggettivizzazione.

“Vittima” di questa cultura narcisistica è la famiglia che sempre più si interroga sulle caratteristiche che dovrebbe avere un buon genitore, impegnata nell’elaborazione di modalità comunicative e simboliche più consone alla realizzazione della figura del genitore amato e amabile sempre e comunque. Accoglienza e protezione sembrano essere le parole d’ordine della nuova famiglia: tutto è pensato per aiutare il figlio a divenire poliedrico e adattarsi a qualsiasi contesto, per sostenerlo a coltivare la propria indole e attitudine, per fargli esprimere al meglio le proprie potenzialità (rischiando di alimentare a volte il senso di onnipotenza e di affermazione di se oltre ogni limite). La relazione empatica garantisce il legame e permette di portare avanti il progetto educativo.
Le famiglie affettive, liquide, viscose, nella propria quotidianità, come ci descrive perfettamente Ammaniti (2015), mettono in scena delle pratiche apparentemente innocue, mascheratamente paritarie che spesso creano confusione e annullano le differenze generazionali, creando spesso sofferenza quando non un vero stallo educativo. Al contrario, nel loro percorso di crescita, gli adolescenti hanno bisogno delle differenze in quanto queste sostengono il percorso evolutivo e danno senso alla relazione e al legame.
Spesso il genitore veste i panni del giovane, invadendo il campo generazionale identificatorio dell’adolescente, si propone agli occhi del figlio come prestante, alla moda, eternamente complice, anche se in realtà, quando si racconta all’interno di una relazione terapeutica, egli ci parla di una propria difficoltà narcisistica ad accettare i propri limiti e mancanze; la competizione con il corpo giovane del figlio sembrerebbe volere scotomizzare la paura del proprio decadimento legato al passar degli anni.

Oggi, in realtà, siamo in presenza di una vera e propria emergenza pedagogica, i genitori si confrontano con domande semplicemente impensabili dai loro genitori e si chiedono costantemente quali possano essere le modalità educative più adeguate per sostenere il proprio figlio nella crescita. E le risposte a queste domande vanno trovate velocemente, perché una nuova emergenza è lì pronta a prendere il posto della precedente. Non ci si finisce di chiedere quante ore dovrebbe passare il proprio figlio davanti al pc che sorge la nuova domanda sull’età per accordarsi con i figli rispetto al possesso dello smartphone. Le domande che si fanno i genitori oggi sono tante e molteplici; sempre più spesso assistiamo a genitori preoccupati o in difficoltà nello stabilire i criteri per stabilire il limen tra normalità e patologia. Esce troppo o troppo poco? Il numero di amici è sufficiente? A cosa addebitare il suo silenzio relativo alla sfera affettiva e sentimentale?
Consapevoli che spesso il disagio è muto fino a quando non lo vedono esplodere fantasticano di spiare il figlio sul confine intimo e segreto della sua stanza.
È chiaro che, spesso, dietro tutte queste domande si cela il fantasma del ritiro sociale, isolamento, depressione.

Esposto alla pressione del mostrarsi buono e competente non è solo il genitore ma anche il giovane impegnato nella definizione della propria identità.
La società postmoderna, infatti, è caratterizzata dalla ricerca vorace e frenetica di oggetti, il cui possesso viene rappresentato dall’individuo come motivo di realizzazione personale e di completezza, unico modo per realizzare (illusoriamente) il proprio ideale dell’IO. Gli oggetti permetterebbero per certi versi di reggere le aspettative di fascino e bellezza, di essere iperprestanti ed efficienti. All’interno di un modo sempre in connessione, il nuovo mandato sociale è quello di essere sempre vigile, attento e pronto. Se da in lato però questa connessione costante è impossibile da reggere, dall’altro sembra altrettanto impossibile sottrarvisi, se da un lato permette di nascondere e camuffare a piacere il “vero Se”, dall’altro ci espone ad una continua assenza di privacy. L’uso dei social e di tutti i nuovi strumenti di comunicazione comporta una “socialità allargata” dove tutti potenzialmente possiamo essere in contatto con tutti. Per i “nativi digitali” ciò sicuramente comporta un nuovo modo di “sentirsi parte” , rappresenta un nuovo modo di condivisione e di tessitura di relazioni significative. Ma se per qualcuno l’uso di tali tecnologie è abbastanza integrato e connesso funzionalmente con il perseguimento dei compiti evolutivi, per altri adolescenti il computer e internet diventano u n modo per sottrarsi al mondo, scegliendo la vita al di la dello schermo.
Non dovrebbe per niente sorprendere, quindi, che il malessere oggi possa prendere la forma dell’isolamento e del ritiro, in quanto questa soluzione, per quanto estrema, permette al soggetto di evitare il confronto con la realizzazione di ideali sociali e familiari irraggiungibili e contemporaneamente consente al ragazzo un riparo in attesa che le acque si calmino e ove può riprendere il respiro ed elaborare con calma strategie evolutive più convincenti.

All’interno della nostra pratica clinica quotidiana non ci troviamo più ad ascoltare adolescenti che si sentono soverchiati dal senso di colpa e della paura della reazione dei propri genitori laddove scoperti per qualche trasgressione; al contrario ci troviamo davanti ad adolescenti che soffrono di una emorragia del proprio valore narcisistico. Gli adolescenti di oggi ci parlano, in contrapposizione agli ideali proposti dalla società, della loro paura di non farcela, di non essere all’altezza delle aspettative, di non essere adeguati, di non essere in grado di sostenere la competizione sociale.

“Se un tempo c’era il problema di dover reprimere i propri desideri per adattarsi a nuovi ruoli sociali ora i nostri giovano hanno a che fare con un ideale dell’io che impone di manifestare i propri desideri, non preparando questi ragazzi allo scontro con la realtà e i suoi limiti. Il sentimento che nasce da questo shock è la vergogna che è difficile da debellare, costringendo quindi il soggetto ad annullarsi completamente. Sono ragazzi che desiderano scomparire ossia sottrarsi allo sguardo inquisitore dell’altro, che diventa intollerabile” (Lupi, Zavarisi, 2014, pag.77)

I ragazzi che oggi sembrano essere insensibili a qualsiasi richiamo d’autorità sono gli stessi che sono pronti a “crollare” al minimo insuccesso personale. Una caratteristica che ci parla di una fragilità narcisistica, che vede l’adolescente votato ad una maggiore libertà ma contemporaneamente esposto alla perdita e alla frustrazione. Nel corso della crescita hanno interiorizzano un mandato genitoriale che li vuole protagonisti di un “Piano Grandioso”, destinato prima o poi alla prova di di realtà.
Nella cultura iperprestazionale, come ci ricorda Preciado (2015), il modello normativo è quello visivo: non sembra essere un caso, infatti, che in una società in cui l’ostentazione del corpo, la ricerca di visibilità, l’ideale performante e performativo la fanno da padrone, l’adolescente scelga il proprio corpo quale teatro per esprimere il dolore mentale relativo alla crescita.
Charmet lo descrive bene

“il corpo dell’adolescente è spesso luogo di espressione della sofferenza e strumento di comunicazione di conflitti mentali profondi” (Charmet 2004).

Gli adolescenti devono imparare a pensare il proprio corpo ma spesso quest’ultimo diventa un vero e proprio persecutore fonte di angoscia; il corpo infatti quando viene vissuto come un traditore prende le sembianze di un persecutore.
La crescita impone un cambio di specchio sociale: cambiano gli interlocutori dai quali ci si aspetta approvazione e riconoscimento e questi nuovi interlocutori non hanno sempre il volto protettivo e caloroso dei genitori. I vestiti, l’abbigliamento, le mode sono la cartina tornasole per capire a che punto sono gli adolescenti rispetto al proprio percorso di crescita; tramite l’accesso ad un codice comune e condiviso dalla stessa generazione, gli adolescenti fanno capire ai pari-età quanto si sono spinti oltre nel processo di mentalizzazione del corpo e della propria sessualità.
I ragazzi di oggi entrano nella fase puberale pieni di aspettative positive e a volte grandiose, con una rappresentazione più o meno nitida di quello che accadrà; ne ha parlato coi genitori, con gli insegnanti, ha ascoltato programmi in tv che esplicitamente parlano di una sfera che per anni è rimasta a gestione privata; in questo scenario nessuno si è spesso occupato realmente di sostenere l’esperienza emozionale relativa alla crescita. E così, quando al momento del debutto sociale le cose non vanno per come si era immaginato, gli adolescenti possono cadere nelle soluzioni chirurgiche o chimiche offerte dalla stessa società che ne origina la sofferenza (dipendenze, anoressia, ritiro sociale…).
Il ragazzo ritirato vuole sottrarsi allo sguardo reale dell’altro proprio come Thomas. Spesso sono convinti di non avere nulla da dare, soffrono per qualsiasi imperfezione possono rintracciare nell’immagine di sé e tale “bruttezza” viene isolata nel corpo facendo del corpo un vero e proprio persecutore. L’adolescente fa in effetti fatica a mentalizzare in questi casi le trasformazioni puberali che rendono il corpo goffo, impacciato e a volte anche un pò sgraziato.

Il corpo che con l’avvento della pubertà aveva promesso felicità, prestanza, potenza, forza, tradisce perché sede delle manifestazioni umorali che mettono a nudo la propria fragilità.
Il rapporto con l’altro è vissuto come doloroso, in quanto ci si espone al giudizio e alla paura di essere isolati e rifiutati. Il giovane che sperimenta il vissuto di inadeguatezza e di non essere all’altezza è spesso destinato ad essere preso in ostaggio della vergogna. Questa ha sicuramente un potenziale dirompente con conseguente sensazione di sfaldamento dei confini identitari. I ragazzi ritirati desiderano sottrarre il corpo, quel corpo che si vergogna e che tradisce alla vista dell’altro, non senza un vissuto di perdita. I ragazzi, infatti, desidererebbero avere relazioni di amicizia e sentimentali, ma ne rifuggono accuratamente in quanto l’altro potrebbe rifiutare e assumere la maschera di quel giudice dal quale tanto acrobaticamente rifugge.

In scacco vi è il compito evolutivo inerente la mentalizzazione del proprio corpo sessuato, complementare mortale, e virile (la maggior parte dei ragazzi ritirati sono di sesso maschile). Conseguentemente, nella scelta di isolarsi e di sottrarsi allo sguardo altrui si può rintracciare il tentativo di fermare il tempo e posticipare a data da destinarsi il proprio debutto sociale, nell’attesa di fare ordine e di imparare il “come si fa”.

Bibliografia
– Ammaniti M. (2015), La famiglia adolescente, La Terza, Bari.
– Lupi A.,Zavarise G. (2014), La rappresentazione del Sè, dell’oggetto genitoriale e d’amore, in Cooperativa Minotauro (2014). La bruttezza immaginaria – Intervento clinico con ragazzi ritirati. Attidell’evento culturale tenutosi a Milano il 9 e 10 maggio2014.
– Maggiolini A., Charmet G.P. (2004) (a cura di), Manuale di psicologia dell’adolescenza: compiti e conflitti, Franco Angeli, Milano.
http://www.telecomitalia.com/content/dam/telecomitalia/Generalistic-images/Documenti/ricerca.pdf
– Preciado P. B. (20015), Testo tossico, Fandango Libri, Roma.

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il corpo della vergogna. adolescenza e nuove forme di malessere

Il corpo della vergogna. Adolescenza e nuove forme di malessere

Scritto da Erika Di Cara

Le forme del malessere oggi assumono un significato ancora più pregnante se guardate in relazione al contesto in cui viviamo. Ciò non vuol dire attenzionare il disagio fuori da una dimensione clinica ma, al contrario, guardare alla clinica anche attraverso i dispositivi economici e di potere che caratterizzano la nostra epoca.

Gustavo Pietropolli Charmet, ad esempio, ci parla di una nuova categoria del disagio che definisce “la paura di essere brutti”. Sentirsi brutti, ci dice l’autore, sembra riconducibile alla mostruosità, al difetto grave e insopportabile. L’emozione dominante sembra essere la vergogna. La bruttezza diventa l’idea prevalente e muove verso comportamenti che spesso diventano patogeni, può portare a comportamenti sempre più restrittivi, atti a modificare il corpo come nell’anoressia, a sottrarlo allo sguardo sociale come nel ritiro sociale, a maltrattarlo come nell’autolesionismo. Charmet sottolinea come, in un mondo in cui il corpo non è più luogo di pudore, in cui l’eros e la sessualità sono ostentate,  liberate dalle forze repressive di un tempo, il corpo, oggi, non è più luogo della colpa ma della bruttezza e, in quanto tale, viene manipolato, attaccato, maltrattato o ritirato dallo sguardo dell’altro. Tale forma di malessere investe in modo prevalente gli adolescenti. L’adolescenza è la fase in cui il compito evolutivo predominante è la costruzione della propria identità e, proprio per questo, le tematiche legate ai cambiamenti del corpo, alle aspettative familiari e sociali rappresentano i punti critici di tale passaggio. La bruttezza non coincide necessariamente con un dato percettivo oggettivo ma sembra riemergere sulla pelle a partire da sensazioni più profonde di inadeguatezza. È come se di fronte a sensazioni di goffaggine relazionale, inadeguatezze emotive o cognitive, queste venissero sentite dalla persona come un dato concreto di bruttezza. Cambiando prospettiva si può dire che la sensazione di non poter essere totalmente all’altezza delle aspettative sociali, spesso eccessive, affiora sulla pelle facendo diventare mostri.

“La società del narcisismo, del successo, della visibilità sociale, dell’eclisse dell’etica a favore dell’estetica, della soggettività ad oltranza (…) concorrono a creare nel mondo interno dell’adolescente ideali crudeli di bellezza, di fascino, di carisma personale anche modelli educativi della nuova famiglia. (…) Tende a creare nella mente dell’adolescente fragile e incerto degli ideali prescrittivi crudeli, non solo rispetto a ciò che è necessario fare ma anche a ciò che è necessario essere per aspirare al legittimo successo e alla quota di visibilità e popolarità auspicabile. Gli adolescenti sono più esposti a modelli proposti dal mondo relazionale in cui cresce, perchè la ricerca della propria identità, valore, verità, stile fa parte degli obblighi evolutivi più avvertiti.” (Gustavo Pietropolli Charmet, la paura di essere brutti)

A questo proposito è interessante il modo in cui P. B. Preciado nel suo “Testo tossico”, offre una cornice di riferimento rispetto alla definizione degli elementi politici, sociali, mediatici che caratterizzano la nostra epoca. In particolare, riprendendo la lezione di Foucault, guarda a come si sono modificati i dispositivi sociali e di potere e come questi influenzano in modo impercettibile le nostre possibilità di scelta. Pone l’accento sul circuito eccitazione-frustrazione come loop che muove e determina il consumo.

Il consumo si muove in modo orgiastico alla ricerca dell’oggetto o del farmaco che può permetterci di essere all’altezza di aspettative di benessere, fascino e perfezione. L’istigazione al consumo viene continuamente fomentata dai media, dai social, viene assorbita da ognuno di noi quasi come implicito sociale. Cela la promessa che nell’acquisto dell’oggetto X si possa conquistare una porzione di bellezza e giovinezza. Tutto ciò avviene dentro un circolo frustrazione-eccitazione dove il loop gira vorticosamente tendendoci verso la ricerca di una giovinezza-bellezza a tutti costi. Nel mercato che auspica la perfezione non ci si può concedere nessun tipo di imperfezione né fisica né psichica. Ci si deve muovere verso standard di efficienza e perfezione. Nessuno è assolto e il corpo diventa un elemento quasi innaturale, laddove, è necessario cancellare tutti i segni del tempo e camuffare ogni possibile mutamento foriero di decadimento e invecchiamento. L’imperfezione è determinata da tutto ciò che differenzia da un modello di bellezza-normalità.

Se da un lato l’adolescente, in un contesto del genere, si sente schiacciato da aspettative di efficienza e perfezione che rendono il suo compito evolutivo arduo, dall’altro lato, l’interfaccia, è un mondo adulto che, seguendo le prospettive che delinea Preciado, deve cancellare l’orizzonte della vecchiaia e assimila la giovinezza come ideale da ricercare e replicare a tutti i costi.

In questo senso si può dire che il corpo della vergogna non è solo quello puberale, quello dell’adolescente che porta con sé la separazione col tempo dell’innocenza, il tempo dell’infanzia, ma anche quello del genitore che nella sua maturità deve fare i conti con un corpo che solca una ulteriore separazione, quella con la propria giovinezza.

In questo scenario trova spazio l’immagine della famiglia adolescente di Massimo Ammaniti, dove dal più piccolo dei figli sino ai genitori si è in un solo corpo: tutti vestiti allo stesso modo, dentro una intimità viscerale dove non si sa bene chi è genitore di chi. Dove il bisogno di condivisione sembra assolvere il bisogno di una giovinezza eterna. Ammaniti ci presenta il ritratto di una famiglia caratterizzata sempre più dall’elemento della condivisione e dell’intimità. L’adolescenza, che richiede un confine e una distinzione dal mondo degli adulti importante e fondamentale, crea uno stravolgimento inaccettabile. Oggi, i genitori tendono non a porsi sulla sponda del “mondo degli adulti” ma a provare a raggiungere il mondo adolescenziale, a prolungare all’infinito la fase di condivisione. In tal modo si generano le famose confusioni delle “madri-amiche-sorelle”, dei padri a cui si può dire tutto. La deriva a cui si arriva è spesso rappresentata dalla creazione di un forte ostacolo al normale processo di separazione distinzione.

“Il rischio, quando figli e genitori condividono in tutto e per tutto l’esperienza sessuale e affettiva, è che gli adolescenti non riescano a dare profondità e spessore alla propria sessualità. (…) Quando la familiarità è eccessiva, quando l’intimità è svilita, la sessualità non è più un motore importante di emancipazione” (Massimo Ammaniti, la famiglia adolescente)

La costruzione di una propria identità comporta invece la ricerca di un confine attraverso il quale differenziarsi e affermare il proprio modo di esistere. Affinché ciò avvenga è necessario trovare una propria intimità, segretezza, la possibilità di chiudere la porta della propria stanzetta. È come se mancasse la possibilità di accettare la normale evoluzione e il dolore necessario che si accompagna a questa. Laddove, crescere comporta una separazione e, quindi, una esperienza anche dolorosa ma, questo “anche doloroso”, diventa oggi qualcosa di traumatico e intollerabile, per cui, la “soluzione” è rappresentata nello spostamento in avanti del momento del distacco e quindi dell’emancipazione da parte dei nostri figli.

Tornano in mente, per concludere, le parole de Il corpo del reato, brano contenuto nel primo disco di Iosonouncane, progetto musicale che sperimenta sonorità e narrazioni a metà strada tra cantautorato ed elettronica. Il brano, che sceglie un punto di narrazione molto audace, parla dell’angosciato tentativo di bloccare l’emancipazione ed il distacco, di riportare a casa un figlio ormai lontano.

“Alzati, andiamo, non fare il cretino
non fare il bambino ti porto a casa ti porto in braccio…
Andiamo a casa ti tengo forte andiamo.
Non ci pensi a tua madre?
Ma pensa a tua madre è rimasta lì inchiodata,
crocifissa sul portone di casa, in bella mostra in mezzo la strada…
Non dice niente sospira soltanto…
E lo sa meglio di me, lo sa meglio di te, che per un figlio appena dato
uno nuovo tale e quale è ricevuto e me lo ha chiesto balbettando…
Andiamo lasciati sollevare, che pensi di fare?
Se pensi di fare qualcosa di originale ti stai sbagliando.
Non c’è niente di più scontato di più normale.”

(Iosonouncane, Il corpo del reato)

 

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